San Marino. Il dott. Manzaroli: “Ogni persona deve avere diritto di rifiutare le cure”

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Al termine di 40 anni di professione medica, vorrei proporvi alcune osservazioni che ho maturato sulla morte.
In prossimità della morte, la funzione del medico diviene di particolare delicatezza e rilevanza. Lo è tanto di più e sempre di più con l’affinarsi delle tecnologie che sostituiscono o supportano funzioni vitali e con l’affievolirsi del sentimento e della pratica religiosa.
In questo senso la formazione che il medico riceve durante l’Università non è adeguata specie in rapporto alla visione dell’individuo, sano o malato, nella sua interezza fisica psichica e sociale; il diritto del cittadino di scegliere se essere o non essere curato; l’accanimento terapeutico e le sofferenze che può provocare; la libertà dell’individuo e l’uso integrato dei vari servizi e strutture che in qualche modo determinano e condizionano lo stato di salute.
Ogni intervento, dal più banale al più incisivo, deve avere l’obiettivo di limitare la sofferenza.
la cultura occidentale è basata sul dualismo mente – corpo. questo se da un lato ha consentito l’apprestare approcci scientifici dall’altro ha indotto a concentrarsi prevalentemente sugli aspetti fisici della malattia. La sofferenza quindi è spesso incentrata sul dolore fisico (anche da noi si parla di ospedali senza dolore) senza una visione globale della persona che consenta di riconoscere e supportare le componenti della sofferenza che sono ben al di la del dolore fisico.
Farsi carico della perdita: dell’integrità fisica, di ruolo e di capacità decisionali, di rapporti sociali, della solitudine, dell’incertezza per futuro, di abitudini e comportamenti ecc.
Questi fattori incidono diversamente nelle singole persone ed in ogni caso il metodo cosiddetto scientifico con le sue procedure sempre più spinte, le sue omogeneizzazioni, il suo bisogno di misurare non è quasi mai in grado di produrre una visione globale della persona e dei suoi problemi, men che meno di favorire un approccio sereno alla morte.
L’attuale organizzazione sociale e tecnologica ha determinato una progressiva degradazione e desacralizzazione del morire evento che si realizza quasi sempre in stato di solitudine, lontano dagli affetti familiari e spesso gravato da uno stato di sofferenza derivato da accanimento terapeutico e uso di tecnologia che forse non prolungano la vita ma certamente la rendono più dolorosa ed umiliante.
La nostra attuale società tende a rimuovere il concetto di morte ed i valori ad essa correlati. E’ un fenomeno generale quali che siano le concezioni filosofiche, morali, religiose di ciascuno.
Questa rimozione a mio modesto avviso è il necessario processo destrutturante per rendere possibile la società dei consumi, futile, distruttiva, anti ecologica e antiumana.
Cambiamenti ovviamente richiedono processi sociali che forse si possono intravvedere all’orizzonte e che porteranno sconvolgimenti non necessariamente graduali ed armonici: crisi ambientali, migrazioni di massa di interri continenti, avidità distruttiva di gruppi sociali ultra minoritari fanno presagire sconvolgimenti importanti e forse esplosivi.
La civiltà occidentale ed in particolare la civiltà europea sono di fronte alla più grande crisi della loro storia ,impoveriti come sono di valori e di futuro.
E si perché la morte non riguarda solo gli individui ma riguarda anche le società e le culture che esprimono.
Intanto i medici ed il corpo sanitario nel suo complesso potrebbero interrogarsi sul loro agire quotidiano e ricominciare prima per se stessi poi per i loro assistiti a contribuire alla “rieducazione alla morte” come valore da non occultare bensì complementare a quello della vita.
Si tratta di rinunciare alla pseudocultura della scienza e della tecnologia illusoriamente propagandate come in grado di sconfiggere la malattia e la morte.
Una riflessione ed una maturazione dell’intera società ed un’apertura psicologica culturale e professionale del corpo sanitario che consentano una “gestione” della morte intesa quale evento fondamentale della vita .
Specie per gli ammalati incurabili o terminali deve prevalere la visione del malato come persona nella sua integrità , alleviando le sue sofferenze così come le abbiamo descritte ed evitando pratiche terapeutiche non commisurate ai risultati attendibili e sfocianti spesso nel cosiddetto accanimento terapeutico.
Ogni persona deve avere il diritto di rifiutare consapevolmente le cure, non soffrire quando la sua sofferenza è aleatoria, scegliere il modo di vivere e di morire.
Anche la nostra piccola e chiusa società è forse bene che ne cominci a parlare serenamente.

Dario Manzaroli

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