Negli ultimi anni ho sentito da più parti che a San Marino non si fanno investimenti pubblici, soprattutto infrastrutturali, perché non ci sono i soldi.
Non sono del tutto d’accordo.
E’ innegabile che non possiamo permetterci progetti faraonici. Mi riferisco in particolare all’ Allegato Z alla Legge 22 dicembre 2011 n.200 “Piano Strategico per lo sviluppo economico”. Un piano infrastrutturale spettacolare ma che, alla luce della situazione economica attuale, ritengo irrealistico e molto oneroso.
Dobbiamo per questo motivo scoraggiarci? Proviamo a ripartire dalle cose più semplici individuando quegli interventi minori ma che potrebbero far ripartire a piccoli passi lo sviluppo economico; introduciamo ricette economicamente vantaggiose per la realizzazione delle infrastrutture utilizzando sia soldi pubblici che investimenti privati cercando di creare una sinergia che avvantaggi entrambi i settori.
In tutto il mondo per risollevare l’economia stagnante o in recessione e con un mercato delle costruzioni fermo al palo, è sempre stato promosso l’investimento in infrastrutture.
Con questo nome si possono inserire una moltitudine di progetti e idee anche molto diversi tra loro: infatti il concetto di infrastruttura è del tutto astratto e comprende tutti gli oggetti/opere/servizi che hanno una utilità comune o un uso comune.
In particolare, esistono infrastrutture che possono generare reddito diretto oppure altre che con la loro realizzazione fanno spendere meno in altri settori.
Un esempio concreto è la prevenzione dal rischio idrogeologico: anche questa è una infrastruttura ed è anche molto costosa. Il nostro territorio è molto vulnerabile a questo rischio: non passa un temporale che si stacca qualche frana o avviene qualche allagamento. Se però incentivassimo in maniera più cospicua lo sviluppo dell’agricoltura e del reparto agro-alimentare, magari con sgravi fiscali e contributivi, questo porterebbe benefici indiretti contro il dissesto idrogeologico in quanto i terreni, essendo coltivati in maniera più estesa, verrebbero presidiati e manutenuti. Spingendo gli imprenditori a reinvestire i profitti nello stesso settore, si aumenterebbero gli investimenti, si creerebbero sempre nuovi prodotti, soprattutto tipici, generando così ulteriori profitti per gli operatori economici; nello stesso momento si terrebbe ben presidiato il territorio. Questa è una infrastruttura per il paese perché si è creata una rete virtuosa che si autoalimenta tra più settori dell’economia.
Altro esempio concreto è creare un sistema di trasporto pubblico, bandito con appalto concorso, per creare una rete di pullman/autobus più capillare nella Repubblica ma, soprattutto, per legare la Stazione dei treni di Rimini con il centro storico di San Marino. In questo momento un turista che vuole venire a San Marino o viene in macchina oppure con viaggio organizzato. Una infrastruttura del genere intercetterebbe un turismo sostenibile, a noi invisibile, a fronte di un investimento minimo per le casse dello stato. Magari il tutto digitalizzato con app e biglietti acquistabili con smartphone.
Piccoli progetti per fare ripartire l’economia. Ma i soldi dove li prendiamo?
Un passo necessario è sicuramente di un controllo rigoroso della spesa pubblica. Questo si può ottenere in vari modi quali ad esempio la privatizzazione di alcuni settori non strategici e che potrebbero produrre reddito se messi sul mercato, assunzioni pubbliche mediante concorsi, maggiore attenzione ad incarichi pubblici soprattutto legati a investimenti reali e fattibili senza inseguire i sogni.
Tutto questo serve a liberare risorse pubbliche per permettere investimenti, soprattutto infrastrutturali e digitali.
Esistono opere e infrastrutture alle quali potrebbero partecipare investitori esterni alla Repubblica: con i rendimenti dei titoli di stato molto bassi gli investitori stranieri sono sempre alla ricerca di nuove attività da finanziare: queste sono quelle attività che guardano al futuro e sono economicamente sostenibili. San Marino deve creare, anche grazie al nuovo progetto del territorio, questo tipo di opportunità per attrarre gli investimenti stranieri: per fare questo deve assolutamente far conoscere fuori dalla Repubblica questi progetti potenziando la rete diplomatica. Altra condizione necessaria è quella del completamento dell’integrazione Europea per portare fiducia agli investitori e rassicurarli per il loro investimento.
Esiste poi una infrastruttura che il nostro paese non sfrutta ancora a dovere: la rete culturale e sociale. Chi investe in cultura? È necessario che si spendano i soldi dello stato per fare i musei?
C’è un’alternativa. Si chiama equity crowdfunding.
Questo metodo nasce proprio per finanziare quegli investimenti che non hanno un ritorno economico diretto, ma generano altre reti e interazioni con i diversi settori della società non per forza limitati al territorio nazionale. È basato sulle micro-donazioni da parte di una moltitudine di persone magari solo interessate marginalmente dal progetto proposto. Con questo metodo ci sono stati casi di raccolte molto importanti in quanto i progetti erano ben strutturati. Quante risorse culturali della Repubblica, con i giusti progetti, potrebbero essere finanziate con questo metodo?
Perciò per questo ritengo che: si, i soldi ci sono.
Simone Casadei (Pdcs)
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