Gaza a San Marino non è “umanità”, è una decisione politica con costi e rischi scaricati sui sammarinesi ed il dubbio che i Propal siano in gran parte esterni e con logiche di odio che non ci appartengono.

Qui non stiamo discutendo se il dramma umanitario esista o meno. Esiste e non si è mai negato.

Il punto è un altro, ed è politico: una minoranza organizzata, ed è legittimo chiedersi quanti siano davvero sammarinesi, non può imporre al Paese una scelta strutturale che poi, nei fatti, la pagano i cittadini e non chi firma i decreti dal proprio posto al sole.

Il Decreto–Legge 18 dicembre 2025 n.154 non parla di una colletta privata, né di un’ospitalità spontanea destinata a esaurirsi con l’emozione del momento. Parla di un permesso di soggiorno “provvisorio” della durata di un anno, rinnovabile annualmente, con un tetto massimo iniziale fissato a 30 persone. Quando una misura è annuale e rinnovabile, la parola “provvisorio” è solo un’etichetta da stracciare. Fa sorridere chiunque abbia un minimo di esperienza amministrativa.

Dentro quel decreto c’è già scritto perché la questione non è neutra per le casse pubbliche. Ai titolari del permesso viene garantita gratuitamente e nella medesima misura dei residenti l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria, oltre al diritto all’istruzione. Non aiuti minimi, non supporto emergenziale: prestazioni equiparate ai cittadini sammarinesi.

Poi c’è la parte che molti fingono di non vedere: la SMAC Card. Il decreto prevede l’erogazione di un emolumento straordinario a fondo perduto, accreditato su SMAC, con importi demandati a una successiva delibera. Ma l’impianto è chiaro fin da ora: non è solo accoglienza, è trasferimento economico strutturato.

La domanda è semplice e non ideologica: chi paga?

La risposta è altrettanto semplice: pagano i sammarinesi, non qualche estremista ideologico che domani sparirà dal dibattito senza assumersi alcuna responsabilità.

In questo quadro, il Segreyario di Stato Luca Beccari dimostra ancora una volta di non capire la portata delle scelte che avalla. Perché qui non si sta facendo beneficenza personale: si sta impegnando lo Stato in maniera importante, con effetti che durano nel tempo.

Ed è qui che entra il passaggio più delicato, quello su cui si fa finta di non capire. “Sono solo 30”, si dice.

Falso. Il decreto ragiona per nucleo familiare, non per individuo. Lo fa esplicitamente quando lega contributi, tessere e benefici ai componenti del nucleo. Questo significa che la dinamica del ricongiungimento è già dentro il meccanismo amministrativo, scritta nero su bianco.

Tradotto senza ipocrisie: i 30 non sono un numero finale, sono un numero di ingresso. Sono capofila. La porta, non la stanza.

Chiunque sappia come funzionano welfare e immigrazione lo sa: quando una persona entra con sanità, istruzione e sostegno economico equiparati ai residenti, non va più via ed il ricongiungimento diventa automatico sul piano politico, se non giuridico. Dire “no” a moglie e figli diventa, nel giro di poco, impossibile. Da 30 a 150 si fa in fretta. Poi arrivano altri parenti, e negli anni si arriva facilmente a 500 o 1.000 persone, senza che nessuno abbia mai votato esplicitamente per quei numeri.

A quel punto succede sempre la stessa cosa: il provvisorio diventa stabile, il limitato diventa esteso, l’eccezione diventa precedente. E nessuno risponde di averlo deciso.

Sul fronte sicurezza, fanno sorridere i buonisti che ripetono sempre la stessa cosa: “non succede nulla”. Ma il decreto parla chiaro. È previsto uno screening sanitario presso l’Ospedale di Stato e una procedura della Gendarmeria basata su disponibilità di alloggio, documenti e dichiarazioni amministrative. Non è una filiera antiterrorismo, è una procedura burocratica. Questo non significa criminalizzare nessuno. Significa dire la verità: se importi un rischio, anche basso, lo importi qui. E a gestirlo non saranno i firmatari del decreto, ma forze dell’ordine, sanità, scuola, servizi sociali. Ancora una volta: i sammarinesi.

Il vero nodo è democratico. Una decisione che crea costi continuativi, apre dinamiche irreversibili e può avere implicazioni sulla sicurezza non può essere imposta da un 10–15% militante che domani non risponderà di nulla quando arriverà l’onda lunga. Se la politica vuole fare un gesto simbolico, lo faccia con risorse proprie e responsabilità proprie. Se invece usa lo Stato, allora deve accettare regole chiare: trasparenza totale dei costi, limiti blindati, controllo democratico reale e gestione della sicurezza perché importare un esponente di Hamas e’ un attimo.

Perché la differenza tra solidarietà e irresponsabilità è tutta lì.

Chi decide non deve limitarsi a firmare. Deve anche pagare il prezzo politico quando le conseguenze arrivano. E oggi il rischio concreto è evidente: che il “provvisorio” diventi stabile, il “limitato” diventi esteso e l’“eccezione” diventi precedente.

San Marino, per dimensione e tenuta sociale, non è il posto dove giocare con i precedenti.

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