Usa, strappo globale di Trump: ordine esecutivo per l’uscita da 66 trattati e organizzazioni internazionali

La dottrina dell’isolazionismo unilaterale promossa dalla Casa Bianca ha subito una brusca accelerazione nella giornata di oggi, giovedì 8 gennaio. Il presidente Donald Trump, in un contesto geopolitico già segnato dalle recenti operazioni in Venezuela, dalle tensioni con Colombia e Messico e dalle mire sulla Groenlandia, ha firmato un ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti da sessantasei accordi, agenzie e forum internazionali. Una mossa che ridisegna drasticamente il posizionamento di Washington sullo scacchiere mondiale, coinvolgendo entità che spaziano dalla tutela ambientale alla gestione dei flussi migratori, fino alla cooperazione culturale.

Al centro del provvedimento vi è lo smantellamento sistematico degli impegni climatici. L’amministrazione ha deciso di abbandonare non solo il protocollo di Parigi del 2016, la cui uscita diventerà effettiva il prossimo 20 gennaio, ma anche la storica Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), ratificata trentaquattro anni fa. La scure si è abbattuta anche sull’IPCC, il principale organismo scientifico dell’Onu per il clima, sull’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA), sull’Alleanza solare internazionale e sull’Unione internazionale per la conservazione della natura.

Questa decisione apre un complesso fronte giuridico interno. Gli osservatori notano come il trattato sul clima del 1992 fosse stato ratificato all’unanimità dal Senato americano, sollevando dubbi sulla legittimità di un ritiro deciso unilateralmente dal Presidente senza un passaggio parlamentare. Sebbene la Corte Suprema non abbia mai chiarito definitivamente i limiti del potere esecutivo in materia, esiste un precedente risalente al 2002, quando George W. Bush si ritirò autonomamente dal trattato sui missili anti-balistici.

La lista degli organismi dai quali Washington prenderà le distanze è lunga ed eterogenea, riflettendo la volontà di recidere legami con tutto ciò che viene percepito come non allineato all’interesse nazionale. Gli Stati Uniti cesseranno la collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, che si occupa di salute riproduttiva, e con la Commissione di diritto internazionale dell’Onu. Saltano anche le adesioni alla Commissione per il consolidamento della pace, all’Alleanza delle Civiltà e al Registro delle armi convenzionali. L’ordine colpisce persino enti tecnici e settoriali come l’Università delle Nazioni Unite, i comitati internazionali consultivi sul cotone, sul legname tropicale, sul piombo e zinco, nonché l’Istituto panamericano di geografia e storia e la Federazione internazionale dei consigli per le arti.

Anche al di fuori dell’orbita Onu, il disimpegno è netto: vengono interrotti i rapporti con la Partnership per la cooperazione atlantica, l’Istituto internazionale per la democrazia e l’assistenza elettorale e il Forum globale antiterrorismo. Una strategia che sembra ricalcare le teorie di Stephen Miller, vice capo dello staff e ideologo della Casa Bianca, fautore di una superpotenza che impone la propria volontà attraverso l’esercizio della forza nuda piuttosto che tramite la concertazione multilaterale.

L’annuncio ufficiale è stato affidato al Segretario di Stato Marco Rubio, figura chiave di questa nuova fase della politica estera americana. Rubio, un tempo esponente dei Tea Party e critico di Trump, ha completato la sua trasformazione in fedelissimo della linea presidenziale, facendosi portavoce di una visione aggressiva che mira anche a ridefinire gli equilibri in America Latina. Nel presentare l’elenco dei ritiri, il Segretario di Stato ha spiegato che l’amministrazione considera queste istituzioni ormai obsolete, mal gestite e dominate da un’ideologia progressista distante dagli interessi americani. Secondo Rubio, quella che era nata come un’architettura pragmatica per la cooperazione si è trasformata in un sistema di governance globale che minaccia la sovranità, la libertà e la prosperità degli Stati Uniti, motivo per cui è stato deciso di troncare i rapporti con enti giudicati ridondanti o addirittura ostili.