Negli ultimi anni il Green Deal europeo è stato presentato come una scelta inevitabile, quasi indiscutibile. Eppure, proprio oggi, crescono in tutta Europa le perplessità su un impianto che mostra crepe evidenti, sia sul piano democratico sia su quello economico e sociale. Non è un caso
che sempre più Stati membri chiedano correzioni, rinvii o vere e proprie revisioni.
Il modello fondato sull’emergenza climatica permanente sta perdendo consenso. Non perché l’ambiente non conti, ma perché le conseguenze concrete di queste scelte iniziano a pesare sulle persone reali, sui lavoratori, sulle imprese, sui proprietari di casa. Il Green Deal, così come è stato concepito, colpisce in modo diretto il settore industriale e manifatturiero europeo, in particolare l’automotive, imponendo la progressiva eliminazione dei motori endotermici entro il 2035 e favorendo, di fatto, la concorrenza di potenze extraeuropee come la Cina.
Il paradosso è evidente: l’Europa impone a sé stessa vincoli stringenti, mentre i principali emettitori globali – Stati Uniti, Cina, India, Russia – non hanno mai aderito a percorsi equivalenti. Le emissioni europee incidono in misura limitata sul totale globale, e quelle industriali rappresentano solo una parte di questa percentuale. Il risultato è che l’Europa rischia di indebolirsi economicamente senza ottenere una reale riduzione delle emissioni a livello mondiale.
In questo contesto, anche San Marino non può permettersi leggerezze. L’allineamento alle normative europee, soprattutto in materia energetica ed edilizia, comporta effetti diretti sul patrimonio immobiliare e sul reddito delle famiglie. Le direttive che puntano a edifici a emissioni zero entro il 2050, con obblighi progressivi di ristrutturazione e adeguamento delle classi energetiche, rischiano di trasformarsi in una pressione insostenibile per molti cittadini.
Il problema non è la direzione di marcia, ma il metodo. Obiettivi imposti dall’alto, tempi rigidi, scarsa considerazione delle differenze territoriali. In un micro-Stato come San Marino, queste dinamiche possono produrre effetti distorsivi gravi: immobili che perdono valore, costi di ristrutturazione fuori portata, difficoltà di accesso al credito, aumento delle disuguaglianze sociali.
La transizione ecologica ha un costo sociale, e questo costo rischia di ricadere soprattutto sulle fasce più deboli. Le misure compensative previste a livello europeo, per quanto annunciate, spesso non sono sufficienti o non sono calibrate sulle realtà più piccole. È per questo che crescono le proteste, in particolare nel mondo agricolo e produttivo, che si sente sacrificato in nome di obiettivi astratti.
San Marino deve porsi una domanda semplice ma decisiva: seguire automaticamente un modello che altri stanno già mettendo in discussione è davvero nell’interesse del Paese? La sostenibilità ambientale non può diventare un dogma che ignora l’economia reale, il lavoro e la proprietà privata.
Le riforme funzionano solo se sono graduali, proporzionate e condivise.
Difendere l’ambiente è un dovere. Difendere i cittadini, il loro lavoro e i loro risparmi lo è altrettanto. Quando questi equilibri saltano, non si è più di fronte a una transizione, ma a una forzatura che rischia di impoverire invece di migliorare. Ed è proprio questo rischio che San Marino non può permettersi di ignorare.
Maurizio Tamagnini












