L’Iran è entrato in una fase di rottura profonda. Le proteste contro il regime degli ayatollah proseguono da oltre quindici giorni consecutivi e si sono estese a decine, forse oltre cento città, trasformandosi da mobilitazione economica a sfida politica diretta al potere teocratico. La risposta del regime è stata brutale: spari sulla folla, arresti di massa, minacce di pena di morte e un blackout quasi totale di internet per impedire che le immagini della repressione raggiungano il resto del mondo.
Secondo l’agenzia degli attivisti per i diritti umani Hrana, il bilancio provvisorio parla di oltre 538 morti, di cui 490 manifestanti e 48 appartenenti alle forze di sicurezza, con più di 10.000 arresti. Altre fonti indipendenti, incluse Ong e media internazionali, avvertono che il numero reale delle vittime potrebbe essere molto più alto, anche perché il regime non fornisce dati ufficiali e ostacola l’accesso alle informazioni.
Testimonianze raccolte all’estero parlano di ospedali sopraffatti dai feriti, colpiti spesso alla testa o al collo da colpi esplosi a distanza ravvicinata. In alcuni casi, secondo attivisti iraniani, le famiglie sarebbero costrette a pagare migliaia di dollari per riavere i corpi dei propri figli, mentre funerali e cerimonie di lutto vengono repressi con lacrimogeni e violenze.
Il messaggio delle autorità è chiaro e intimidatorio. Esponenti del regime e della magistratura hanno minacciato apertamente la pena di morte per chi continua a scendere in piazza. Il capo della polizia nazionale, Sardar Radan, ha parlato di un “livello di scontro aumentato” e ha rivendicato “arresti importanti” contro quelli che Teheran definisce “rivoltosi” o “terroristi”.
Da giorni la connettività internet è ridotta a livelli minimi, intorno all’1% della normalità secondo l’ong NetBlocks. Una censura che non ha precedenti recenti e che rende quasi impossibile verificare in tempo reale quanto sta accadendo nel Paese. Le poche immagini che filtrano mostrano strade piene di manifestanti, barricate improvvisate e interventi violenti delle forze di sicurezza.
Sul piano geopolitico, la crisi iraniana sta rapidamente assumendo una dimensione internazionale. Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato di essere “pronto ad aiutare i manifestanti” e, secondo New York Times e Wall Street Journal, riceverà a breve briefing riservati su opzioni militari, informatiche ed economiche contro il regime iraniano. Tra le ipotesi allo studio: nuovi attacchi, anche contro siti non militari a Teheran, cyber-operazioni e un rafforzamento delle sanzioni.
Israele, dal canto suo, è in stato di massima allerta. Fonti citate da Reuters confermano che Tel Aviv teme un’escalation rapida qualora Washington decidesse di intervenire. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha risposto con una minaccia diretta: Usa e Israele sarebbero “obiettivi legittimi” e verrebbero colpiti duramente in caso di attacco.
Nel vuoto politico interno, si fa sempre più presente la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià deposto nel 1979. Da tempo in esilio, Pahlavi si è detto pronto a tornare in Iran per accompagnare una fase di transizione. Le sue dichiarazioni dividono l’opposizione, ma trovano eco in una parte della popolazione e nel dibattito internazionale, mentre altri attivisti temono una strumentalizzazione esterna della rivolta.
Dall’Unione Europea arrivano condanne politiche e dichiarazioni di solidarietà, ma nessuna iniziativa incisiva. Ursula von der Leyen ha parlato di “legittima lotta del popolo iraniano”, mentre diversi leader europei chiedono sanzioni mirate. Tuttavia, l’impressione è che l’Europa resti spettatrice, schiacciata tra la linea dura statunitense e il timore di un nuovo conflitto regionale.
Quello che sta accadendo in Iran non è una protesta ordinaria. La diffusione capillare delle manifestazioni, la partecipazione trasversale – giovani, donne, lavoratori – e la violenza della repressione indicano che il Paese si trova davanti a un bivio storico: o una trasformazione profonda del sistema, o una deriva autoritaria ancora più cupa.
Intanto, nelle strade iraniane si continua a morire. E mentre il regime spara e minaccia, il rischio che la crisi interna si trasformi in un conflitto internazionale cresce di ora in ora. Una situazione esplosiva, che riguarda non solo l’Iran, ma l’intero equilibrio del Medio Oriente.












