Allontanare Catherine Birmingham dai suoi tre figli rappresenterebbe un ulteriore trauma per minori già profondamente segnati. È la posizione netta espressa dalla Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, intervenuta sul caso della cosiddetta “famiglia del bosco” con una nota ufficiale.
I tre bambini, prelevati dal casolare nel bosco lo scorso novembre, vivono da quasi due mesi in una casa-famiglia a Vasto, insieme alla madre, che può incontrarli tre volte al giorno. L’ipotesi di un suo allontanamento, circolata nelle ultime ore, viene definita dalla Garante come “non immaginabile”, a prescindere dall’atteggiamento della donna. Secondo Terragni, infliggere un nuovo distacco dopo quello già subito significherebbe accentuare il danno psicologico ai minori.
Sul fronte più delicato, quello dell’istruzione, potrebbe arrivare a breve una prima svolta concreta. Nelle prossime ore è attesa la formalizzazione di un’insegnante che opererà direttamente all’interno della casa-famiglia, consentendo ai bambini di riprendere il percorso scolastico.
L’ipotesi più accreditata è che si tratti di una docente di Vasto, chiamata a colmare una delle principali criticità emerse nel procedimento: le gravi lacune scolastiche riscontrate al momento dell’ingresso in struttura, con difficoltà di lettura e scrittura sia in italiano sia in inglese, lingua madre dei minori.
Proprio l’assenza di un percorso educativo strutturato era stata una delle ragioni che avevano portato alla sospensione della responsabilità genitoriale.
Nel frattempo, i legali della famiglia, Marco Femminella e Danila Solinas, stanno lavorando alla documentazione e a una perizia di parte affidata allo psichiatra Tonino Cantelmi. Parallelamente, dal 23 gennaio prenderanno il via anche i test disposti dal Tribunale per i minorenni dell’L’Aquila sulle competenze genitoriali e sulle condizioni psicologiche di entrambi i genitori.
Su questo punto, la Garante Terragni ha espresso forte preoccupazione per le tempistiche: i 120 giorni concessi dal tribunale per completare le valutazioni vengono giudicati eccessivi se rapportati ai tempi di crescita di un bambino. “Quattro mesi – a cui vanno aggiunti i quasi due già trascorsi in casa-famiglia – per un minore sono un tempo infinito”, ha sottolineato, ricordando come i procedimenti giudiziari spesso mal si adattino ai ritmi evolutivi dell’infanzia.
Il caso dei minori Birmingham – noti come Trevallion – non viene considerato dalla Garante tra i più estremi, ma resta emblematico delle criticità del sistema di tutela: lunghi tempi decisionali, interventi traumatici e difficoltà nel garantire continuità affettiva ed educativa.
L’arrivo dell’insegnante, se confermato, rappresenterebbe il primo passo concreto verso una normalizzazione della vita dei tre bambini. Resta però aperto il nodo centrale: ridurre i danni di un percorso che, per minori così piccoli, rischia di lasciare segni permanenti.











