San Marino. Ecco cosa scrive il Segretario Ciacci alla consigliera di Repubblica Futura Savoretti

Per capire questa vicenda bisogna fare una cosa semplice, ma oggi evidentemente scomoda: riportare le parole esatte di Matteo Ciacci e collocarle nel loro contesto reale.

Tutto nasce da una voce politica messa in circolazione a dicembre: l’idea che la cena natalizia dell’Azienda Autonoma dei Servizi Pubblici fosse stata organizzata invitando solo una parte dei dipendenti, in particolare i cantonieri, lasciando fuori altri lavoratori e creando malumori. Una ricostruzione che non corrisponde ai fatti e che viene smentita da un dato oggettivo: l’elenco ufficiale dei partecipanti predisposto dall’azienda all’ingresso della serata, a dimostrazione che l’invito era aperto a tutti.

È di fronte a questa accusa, ritenuta falsa, che Ciacci reagisce ed ha motivo di farlo. Lo fa il 20 dicembre 2025, in privato, in una chat WhatsApp. Le sue parole sono dure, il linguaggio è volgare, ma il contenuto è chiaro e univoco: contesta la veridicità di quanto viene detto sul suo conto.

Pubbliciamo questi contenuti perché si può fare. Non si tratta di una violazione della riservatezza, ma di cronaca e diritto di informazione su fatti di interesse pubblico. La giurisprudenza è chiara: la pubblicazione di scambi di messaggi è legittima quando il materiale non è stato acquisito con modalità dolose e quando il contenuto è rilevante per comprendere una vicenda di rilievo politico e istituzionale. Su questo punto esistono precedenti consolidati.

Ecco cosa scrive il Segretario Matteo Ciacci alla consigliera di Repubblica Futura Savoretti: «Meno cazzate e più serietà non guasterebbe per chi è consigliere. Ma ormai il Paese ti conosce». Aggiunge: «Come mi permetto? A sentire le tue cazzate. Ringrazia che ti scrivo in privato. Prossima volta ragiona». E ancora: «Prima di sparare cavolate o magari mi scrivi», «ormai ti conosciamo».

Negli audio successivi, sempre inviati in forma privata, il senso non cambia. Ciacci dice: «Che cazzo vai a dire che ho invitato solo i cantonieri alla cena. Capisco che non mi si può attaccare da nessuna altra parte, almeno dite le cose come si deve. Provateci a non dire cazzate». E poi: «Me lo ha detto il consigliere di Libera Dalibor Riccardi, smetti di dire cazzate. Lo so che è il tuo mestiere preferito, ma smettila di dire cazzate».

Questo è ciò che Ciacci ha detto. Nient’altro e secondo me ha fatto molto bene. Alle falsità bisogna sempre replicare.

C’è una reazione privata, dai toni inaccettabili sul piano dello stile, ma rivolta esclusivamente a una ricostruzione ritenuta falsa. La Savoretti se ha detto quelle cose, ha detto il falso. 

Successivamente, nel pieno della polemica pubblica, Ciacci interviene su Facebook rivolgendosi al figlio della consigliera Savoretti e scrive che “si deve vergognare della mamma”. È una frase sbagliata ed inopportuna che coinvolge impropriamente un familiare ma se la Savoretti ha detto il falso non è poi così grave.

Questo è il quadro completo dei fatti.

Da qui in avanti inizia però un’altra storia, che non riguarda più le parole pronunciate ma la loro trasformazione politica. Nel comunicato di Repubblica Futura si parla di violenza, di aggressioni sistematiche, di attacchi a una donna e alla sua famiglia, di comportamenti incompatibili con il ruolo e persino di possibili profili penali (!!!).

Ma queste conclusioni non derivano dalle parole riportate. Derivano da una lettura forzata, che somma episodi diversi, avvenuti in momenti diversi e in contesti diversi, e li ricompone in un’unica narrazione accusatoria.

Questo non significa assolvere lo stile di Ciacci. Le parole contano e alcune non andavano pronunciate. Significa però distinguere i fatti dalle costruzioni politiche.

Perché una cosa è criticare un linguaggio inappropriato. Un’altra è trasformare una reazione privata a un’accusa falsa in un caso di violenza istituzionale. E quando si fa questo salto, il problema non è più Ciacci. È il metodo.

E su questo, i cittadini hanno diritto a sapere che cosa è stato detto davvero, prima di decidere cosa pensare.

Marco Severini – direttore GiornaleSM