Politica. San Marino e l’accordo UE: due anni di promesse vuote e scelte opache – …di Maurizio Tamagnini

Accordo UE e due anni di promesse vuote: mentre il mondo cambia, San Marino si lega a decisioni esterne ignorando trasparenza e responsabilità morale… per conto di chi?

Sono passati più di due anni dall’inizio di questa legislatura. Due anni in cui il Paese avrebbe dovuto vedere riforme, progettualità, scelte concrete capaci di migliorare la vita quotidiana di chi vive e lavora a San Marino. Invece, ciò che molti cittadini percepiscono è un vuoto, poche risposte, pochi risultati tangibili, molte decisioni difficili da leggere dall’esterno. E quando mancano i fatti, cresce inevitabilmente il sospetto che le cose importanti avvengano lontano dallo sguardo della comunità.

In questo contesto si inserisce il tema dell’accordo di associazione con l’Unione Europea, presentato come un passaggio inevitabile, quasi obbligato, mentre la realtà attorno a noi sta cambiando a una velocità che non può essere ignorata. Lo scenario internazionale è instabile come non lo era da decenni. Le alleanze storiche scricchiolano, i rapporti tra le grandi potenze sono tesi, e l’Europa stessa si trova sempre più spesso ai margini delle decisioni globali.

Per anni gli Stati Uniti hanno rappresentato un punto di riferimento per la sicurezza europea. Oggi questo ruolo non è più garantito come in passato. La NATO mostra difficoltà evidenti nel mantenere coesione e visione strategica, mentre l’allargamento verso est ha contribuito ad aumentare le tensioni con la Russia. I rapporti con la Cina, sul piano economico e politico, sono compromessi. Tutto questo lascia l’Unione Europea in una posizione fragile, divisa, spesso autoreferenziale.

Davanti a questo quadro, una domanda diventa inevitabile: perché un micro-Stato come San Marino dovrebbe legarsi oggi, senza adeguate tutele, a un sistema che sta attraversando una crisi profonda? Non è una presa di posizione ideologica. È una valutazione di opportunità e di responsabilità. San Marino ha dimensioni, equilibri economici e assetti istituzionali che difficilmente possono sostenere l’applicazione rigida di un impianto normativo pensato per realtà molto più grandi.

A rendere tutto più problematico è il fatto che, a distanza di anni, non sia mai stato presentato uno studio chiaro, accessibile, comprensibile ai cittadini, capace di spiegare in modo concreto cosa comporterebbe questo accordo: quali vantaggi reali, quali costi, quali vincoli. Senza questi elementi, parlare di “scelta strategica” rischia di diventare uno slogan vuoto.

C’è poi un aspetto che non può essere rimosso. Nel 2013 una larga parte della popolazione aveva espresso una posizione critica rispetto a un percorso di integrazione europea. Quel messaggio non è mai stato davvero rielaborato. Oggi, anzi, molti cittadini hanno la sensazione di non essere ascoltati, di subire decisioni già prese, mentre le priorità quotidiane — lavoro, servizi, prospettive future — restano sullo sfondo.

In questo clima torna inevitabilmente il tema della questione morale. Fino a pochi mesi fa era oggetto di discussione anche all’interno della maggioranza: si parlava di responsabilità, di verifiche, di chiarimenti necessari. Poi, improvvisamente, è calato il silenzio, e con esso la trasparenza. Ma le scelte sbagliate non restano senza conseguenze: a pagarle, alla fine, sono sempre i cittadini.

Maurizio Tamagnini