Nelle motivazioni della sentenza con cui i giudici della Corte d’assise d’appello di Milano hanno ridotto dall’ergastolo a 24 anni la condanna per Alessia Pifferi per l’omicidio della figlia Diana di un anno e mezzo, si legge un duro attacco contro il modo in cui i media si sono occupati del caso di cronaca. Nel provvedimento si parla di un “processo-televisivo” a cui la donna è stata sottoposta parallelamente a quello giuridico, che ha avuto “ricadute deleterie e devastanti” sul comportamento “processuale” dell’imputata, trasformando il “processo penale” in un “genere televisivo di svago e intrattenimento” dove si curano “più le esigenze dei palinsesti che il rispetto delle regole e dei diritti” con una “‘sapienza’ giuridica e ‘intuizioni’ investigative” di cui è “facile da immaginare” la “qualità”. Per la Corte la “spettacolarizzazione” del “processo mediatico” fa “strame dei principi di civiltà giuridica” e non è in grado di “garantire” né “indagati, imputati” né “vittime o cittadini comuni” perché emette “inappellabili decisioni” che corrispondono a un presunto “sentimento sociale e popolare” che si è formato sulla “disinformazione”. Ma le sentenze – concludono i giudici – “vengono emesse in nome del Popolo italiano, non dal Popolo italiano” e sulla base di elementi come “dolo e colpa”, “indizi e prove”, “aggravanti e attenuanti” che impegnano gli “operatori e i tecnici del diritto da decenni”.
“Diana l’unica vittima, abbandonata anche dalla nonna e dalla zia”
“L’unica vittima” del caso Pifferi è la bambina “Diana”, si legge ancora nelle motivazioni con cui i giudici hanno annullato la condanna dell’ergastolo inflitta in primo grado per la 40enne che nel luglio 2022 ha abbandonato nella propria abitazione di Ponte Lambro a Milano la figlia di 18 mesi per passare 6 giorni con l’allora compagno lasciando morire la piccola “di stenti” e ha rideterminato la pena a 24 anni di carcere per omicidio volontario, escludendo l’aggravante dei futili motivi e riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti all’unica aggravante rimasta del legame di parentela con la bambina. Non sono vittime, per converso, “sua madre” Alessia Pifferi e “men che meno” la “nonna”, Maria Assandri, che nello “sforzo di prendere le distanze dalla figlia” ha raccontato “circostanze non vere, nell’intento palese di dar per assolti gli obblighi giuridici” che le spettavano e la “zia”, Viviana Pifferi, che non ha “mai avuto alcun tipo di rapporto con sua sorella e con la nipote”. I giudici popolari, guidati dalla presidente Ivana Caputo, specificano che le due donne, costituite parti civili nel processo, non sono imputate e non c’è alcuna “pretesa censoria” perché non sapevano degli “abbandoni reiterati” della bambina “senza cibo e acqua” come “nessuno sapeva perché nessuno se n’era mai davvero interessato” per “salvaguardarne vita e incolumità” facendo “le veci di una madre assente”. A Diana Pifferi “sono stati violati i diritti di bambina”, si legge nelle 193 pagine, e non ci sono negli “atti” del processo “momenti significativi” di “patrimonio di un comune vissuto” né immagini o testimonianze del primo compleanno della bambina “da festeggiare con genitori, nonni, zii e cugini, se ci sono, davanti ad una torta su cui giganteggia la candelina col numero uno“.
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