San Marino, fine vita: le Associazioni laicali bocciano il progetto dell’Associazione Emma Rossi: “Mette a rischio i più fragili”

Un nuovo fronte si apre nel delicato dibattito sul fine vita sul Titano. Dopo le riserve espresse a dicembre sulla proposta di Rete, le Associazioni laicali sammarinesi della Diocesi di San Marino-Montefeltro tornano in campo con una disamina severa e puntuale, questa volta indirizzata al progetto di legge di iniziativa popolare patrocinato dall’Associazione Emma Rossi. In un lungo e articolato documento diffuso ieri, le realtà cattoliche smontano l’impianto normativo del testo, denunciando il rischio di una deriva che potrebbe lasciare i pazienti soli e trasformare i medici in burocrati, minando alla base il concetto stesso di cura.

La critica parte dai fondamentali. Secondo le Associazioni, la relazione introduttiva del progetto non trova riscontro nel testo effettivo, che risulterebbe sbilanciato. “L’unica finalità che appare perseguita è quella della autodeterminazione”, si legge nella nota, a discapito della tutela della vita. Il documento entra nel dettaglio delle conseguenze pratiche: “Non si comprende infatti come norme che si vorrebbero introdotte per permettere la cessazione o il mancato inizio di terapie, anche salvavita, l’interruzione della idratazione e nutrizione artificiale anche degli incapaci, con conseguente morte certa dei pazienti (…) possano tutelare la salute, la dignità e l’integrità fisica e psichica delle persone”.

Il cuore dell’intervento tocca corde etiche profonde, interrogandosi sul concetto di dignità. “Dal nostro punto di vista ogni vita è degna e deve essere oggetto di cura e amore, dall’inizio alla fine”, scrivono le Associazioni, citando anche le persone colpite da gravi incidenti o ustioni, con un chiaro riferimento alla recente tragedia che ha scosso la comunità nei primi giorni di gennaio. Il timore è che la legge possa inviare un messaggio pericoloso ai più deboli: “Non deve invece far intendere loro che la migliore soluzione è un’altra, che è meglio rinunciare a vivere, che è meglio evitare sempre e comunque qualsiasi tipo di malattia o la dipendenza da altre persone”.

L’analisi si fa stringente sul piano giuridico, in particolare sull’articolo 7 del progetto, che riguarda le decisioni per conto terzi. Le Associazioni definiscono “palesemente illegittimo” e “in palese violazione di presidi costituzionali” il fatto che terze persone possano decidere lo stop alle cure per soggetti ritenuti incapaci, anche solo di fatto. “Non è accettabile che terzi possano decidere di non iniziare o sospendere trattamenti indispensabili alla sopravvivenza delle persone in questione”, incalza il comunicato, sottolineando come l’Italia e la Corte Costituzionale abbiano posto paletti ben più rigidi, esigendo la piena capacità di intendere e volere del paziente al momento della richiesta.

Nel mirino finisce anche l’articolo 4, accusato di isolare il malato e vincolare il medico a rifiuti di cure che potrebbero derivare da momenti di “scoraggiamento, disperazione o solitudine”. Secondo le Associazioni, il testo disegna uno scenario in cui “il paziente è solo: è lui che deve decidere, anche senza i familiari”. La conseguenza, avvertono, è la rottura del patto di fiducia sanitario: “Con il principio della autodeterminazione della persona salta l’alleanza terapeutica tra medico e paziente: quell’incontro tra due persone che insieme (…) discutono e valutano le varie opzioni”.

Dure anche le riserve sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT). Le Associazioni contestano l’interpretazione vincolante data dal progetto di legge, ricordando che la Convenzione di Oviedo stabilisce solo che i desideri espressi in precedenza “saranno tenuti in considerazione”. Il rischio evidenziato è quello di una medicina difensiva e disumanizzata: “Il medico in questo contesto si trasforma in notaio delle volontà scritte, attento a non azzardare terapie in mancanza di esplicito consenso”.

La conclusione è un appello alla società civile affinché non si abbandoni la solidarietà in favore di una procedura fredda che facilita la morte. “Non nascondiamo la nostra preoccupazione”, chiudono le Associazioni, auspicando “un confronto vero, col coinvolgimento di tutte le componenti della società”, per evitare che San Marino, storicamente inclusiva, finisca per lasciare indietro proprio chi ha più bisogno di protezione.