Romagna, l’angoscia degli studenti iraniani: tra blackout e conti bloccati, “Viviamo nel terrore”

È una comunità sospesa tra la speranza e il terrore quella dei giovani iraniani che studiano in Romagna. Oltre cinquecento studenti – per l’esattezza 370 a Rimini, 88 a Ravenna, 48 a Forlì e 39 a Cesena – stanno vivendo ore drammatiche, con lo sguardo fisso sugli schermi dei telefoni in attesa di notizie che non arrivano. Il blackout digitale imposto in patria e le notizie di una repressione sempre più feroce, unite alle voci di un possibile attacco statunitense circolate nella serata di ieri, hanno gettato nel panico un’intera generazione di universitari.

A raccogliere il grido di dolore di questi ragazzi è stato il Corriere Romagna, che oggi ha pubblicato le testimonianze di alcuni studenti, costretti all’anonimato per timore di ritorsioni sulle famiglie rimaste in Iran. Una studentessa iscritta al campus di Forlì ha raccontato al quotidiano locale le difficoltà pratiche che si sommano all’ansia: molti ragazzi, a causa del recente conflitto, non sono riusciti a rientrare in tempo per gli esami, perdendo così i crediti necessari per le borse di studio.

Sempre alle colonne del quotidiano riminese, la giovane ha spiegato come il blocco delle comunicazioni stia avendo effetti devastanti anche sulla sopravvivenza quotidiana: impossibile contattare le famiglie per ricevere il denaro necessario a pagare affitti e tasse universitarie. La ragazza ha riferito di aver sentito i propri cari l’ultima volta in videochiamata l’8 gennaio, poco prima che calasse il silenzio digitale, sottolineando come solitamente questo tipo di blackout sia il preludio a eventi gravi. Tuttavia, ha voluto rimarcare anche la grande solidarietà ricevuta dalla gente della Romagna e dalla famiglia che la ospita.

La preoccupazione è condivisa da un altro studente che, intervistato dal Corriere Romagna, ha descritto uno stato di ansia perenne. Il giovane ha evidenziato come le comunicazioni siano diventate difficili e costose, possibili talvolta solo tramite linee fisse in uscita dall’Iran, ma non viceversa. La paura è che con l’inasprimento della legge marziale anche questi sottili fili di contatto vengano recisi definitivamente.

Ma all’interno della comunità studentesca, come emerge dalle dichiarazioni rilasciate al quotidiano romagnolo da un terzo studente, si apre anche un dibattito sul futuro politico del Paese. Se la condanna alla violenza del regime è unanime, le visioni sul “dopo” divergono: da una parte chi guarda con favore alla figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, come simbolo di modernizzazione; dall’altra chi teme che il ritorno alla monarchia sia solo un cambio di facciata per un nuovo potere assoluto. L’appello finale lanciato tramite il giornale è però all’unità e alla tolleranza reciproca: l’unica via, secondo gli studenti, per non vanificare la lotta comune verso la libertà.

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