Rimini, parchi senza servizi: scoppia la polemica social sui bagni pubblici tra degrado e necessità

Una passeggiata nel verde che rischia di trasformarsi in un disagio, tra la ricerca di un cespuglio riparato o l’obbligo di consumare in un bar per poter accedere ai servizi igienici. È questo il tema che, nelle ultime ore, ha acceso un vibrante dibattito sulla piazza virtuale del gruppo Facebook “Sei di Rimini se…”, portando alla luce una carenza strutturale che divide i cittadini della capitale del turismo: la mancanza di bagni pubblici nei parchi e nelle aree di maggior afflusso, come il nuovo Parco del Mare.

La discussione prende le mosse da una segnalazione accorata di un cittadino che, pur amando frequentare le aree verdi riminesi, denuncia l’imbarazzo di non trovare strutture adeguate. “Mi chiedo come un comune che si professa capitale del turismo europeo e spende soldi pubblici per opere utilissime ed anche inutili non possa mettere a bilancio qualche bagno pubblico”, si legge nel post che ha dato il via alla discussione. La richiesta è semplice: installare servizi, anche chimici o automatizzati, per evitare che i parchi diventino latrine a cielo aperto o che i cittadini siano costretti a “doversi vergognare”.

Il confronto online ha subito polarizzato l’opinione pubblica, delineando due fronti contrapposti. Da una parte c’è chi sottolinea come la presenza di toilette pubbliche, magari autopulenti e presidiate come accade a Parigi, Tokyo o nella vicina Cesenatico, sia un indice di civiltà imprescindibile. “Nelle città civili esistono bagni pubblici autopulenti o in muratura con personale per le pulizie”, commenta un utente, facendo notare come per donne, bambini e anziani la soluzione dell'”angolino nascosto” non sia praticabile né dignitosa. “C’è anche chi ha problemi di salute e non può entrare in un bar e bere un caffè ogni mezz’ora”, fa notare un altro partecipante al dibattito.

Dall’altra parte della barricata, prevale il realismo, o forse la rassegnazione, dettata dai timori per la sicurezza e il degrado. Molti riminesi si dicono convinti che nuove installazioni avrebbero vita breve. “Se li mettessero, tempo pochi giorni e ci si penserebbe bene prima di entrarci perché diventerebbero posti pericolosi”, ribatte un cittadino, evocando lo spettro del vandalismo e dell’utilizzo improprio da parte di sbandati. Per questa fetta di residenti, la soluzione migliore resta quella privata: “Meglio pagare un euro per un caffè e usare un bagno pulito che rischiare di entrare in strutture che diventerebbero inutilizzabili in breve tempo”.

Il dibattito tocca nervi scoperti della gestione urbana, con riferimenti diretti alle poche strutture esistenti, come quelle in stazione a pagamento o quelle al porto, attive però solo durante la stagione balneare. Tra chi invoca il modello svizzero o tedesco, con ingressi a pagamento che garantiscono igiene e sicurezza, e chi suggerisce di affidare la gestione a cooperative per creare lavoro e decoro, emerge un dato di fatto: Rimini, nel 2026, si trova ancora a dover gestire un bisogno primario affidandosi quasi esclusivamente alla rete dei pubblici esercizi o all’arte dell’arrangiarsi, lasciando i suoi parchi sguarniti di un servizio essenziale per una città che vuole vivere i propri spazi all’aperto tutto l’anno.