Cari Sammarinesi, se lunedì pomeriggio cercavate una seduta consiliare improntata alla serietà, siete rimasti delusi: è andato in scena un teatrino dell’assurdo prodotto – talvolta – tra le nebbie dell’irrazionalità più spinta. Non saprei dirvi cosa sia stato più risonante: se le ipocrite accuse di “rigurgiti di razzismo e xenofobia”gracchiate dai banchi di Rete; se il silenzio da “bradipo in narcolessia” del PDCS, o l’Ordine del Giorno di Libera sull’Iran, che pare vergato da un bambino delle elementari convinto che Babbo Natale esista davvero e che l’ONU sia un organismo utile anziché un dinosauro fossilizzato. Meglio di niente, comunque…

Ma facciamo un passo indietro, perché in certi corridoi del Palazzo la memoria è corta quanto la lungimiranza politica. Prima di parlare di “ nuove emergenze”, ricordiamoci come siamo arrivati qui. Era il 29 novembre 1947 quando l’ONU, con la Risoluzione 181, proponeva la spartizione della Palestina. Due popoli in due stati: gli ebrei accettarono; il mondo arabo disse no. Il 15 maggio 1948, il giorno dopo l’indipendenza di Israele, cinque Stati arabi invasero il neonato Stato. Già allora si palesava l’impotenza congenita di un’ONU incapace di determinare effetti tangibili e concreti: un’inutilità che nei decenni si è solo inasprita, confermando quel ruolo di ente burocratico immobile, un pachiderma nato già defunto che produce carta mentre il mondo brucia. La storia è ostinata: chi oggi sventola il diritto internazionale dovrebbe ricordare che già nel 1948 una risoluzione Onu si è rivelata utile, si e no, per generare coriandoli. E, al tempo stesso – perchè anche questo in questa deriva storico-ideologica – che quel conflitto è nato da un rifiuto arabo, non da un’aggressione israeliana.
Eppure, ieri in Aula, la storia è stata riscritta a colpi di retorica e stupidaggini. Abbiamo assistito al teatrino di chi si scorda comodamente dei macellai. Di chi finge di non sapere che con il “diritto internazionale” dell’ONU e simili non si salverà mai una sola vita di un oppresso, né si deporrà un aguzzino, per quanto sanguinario sia il suo curriculum. Pensare che una risoluzione possa fermare un boia è come sperare di spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua…
E qui arriviamo al nostro “campione di virtù”: Giovanni Zonzini. L’esponente di Rete, inforcati i suoi paraocchi ideologici d’ordinanza, ha parlato di “forte preoccupazione per rigurgiti di razzismo e xenofobia”emersi nel Paese.
Caro Zonzini, ma quale razzismo? Quello che vedi solo tu mentre corri nella nebbia dell’irrazionalità?Definire “xenofobo” un sammarinese che esprime timori sensati per la sicurezza della propria comunità e per il futuro dei suoi figli è una barzelletta che non fa ridere. Forse, tra un viaggio mentale verso il Venezuela e una fermata a Gaza, ti sei scordato che la paura dei cittadini non è odio, ma semplice buonsenso. D’altronde, capisco, è difficile vedere oltre il proprio ego da rivoluzionario da salotto. Hai ricordato tutti — Gaza, Palestina, Venezuela — ma curiosamente l’Iran ti è rimasto nel calamaio. Una dimenticanza selettiva davvero poetica per chi si erge a giudice morale della Repubblica.
Ma la cosa più imbarazzante, caro Zonzini, non è stata tanto la ferocia del tuo attacco, quanto il vuoto pneumatico delle tue argomentazioni. Hai forse spiegato perché — al netto dei tuoi paraocchi ideologici — sarebbe infondato anche solo uno dei timori espressi dai cittadini o le analisi puntuali che il sottoscritto e Marco Severini hanno proposto in questi giorni? Ovviamente no. Hai scelto la via più comoda: tanto rumore, tanto fumo negli occhi di chi ascoltava, ma argomentazioni zero. Il nulla cosmico. Del resto, sventolare lo spauracchio del “razzismo” e della “xenofobia” è da sempre l’ultimo rifugio di chi è rimasto senza munizioni logiche e non sa come controbattere a un ragionamento sensato. Se non sai cosa dire, dai del razzista al tuo interlocutore: è la mossa del disperato che ha finito le carte – buone – da giocare.
Mentre Zonzini vede fantasmi e la sinistra si arrocca sul Decreto 154 (ospitalità ai Palesinesi, provvisoria ma rinnovabile all’infinito), il PDCS continua a recitare la parte del “bradipo svenuto”. Un silenzio imbarazzato e inviolabile: forse sperano che, dormendo, i problemi della maggioranza spariscano da soli o che qualcuno porti loro la colazione a letto senza chiedere il conto? O, forse, è pretattica in attesa del colpo serio da sferrare? Vedremo…
Concludiamo con un invito alla realtà per i “Sessanta” più responsabili. È un dovere per San Marino, in forza della sua tradizione millenaria, fare la propria parte per la martoriata popolazione di Gaza, schiacciata tra le bombe israeliane e il tallone di Hamas: quegli aguzzini che, ricordiamolo, mentre il popolo palestinese festeggiava la tregua, hanno trasformato le esecuzioni sommarie in strada – di palestinesi – in un macabro spettacolo di cui andare orgogliosi.
Ma va fatto con realismo: modificate quel decreto! Serve un visto di cure, a termine certo, con una scadenza che determini: Aeroporto-Ospedale-Aeroporto. San Marino ha il dovere di fare la sua parte, magari accogliendo feriti e malati, garantendo loro dignità per il tempo necessario alle cure. Ma terminata la cura, si torna a casa. L’irrazionalità ideologica di Rete e di qualche compagno ha sempre fatto danni (ricordate i trionfalismi della sinistra quando venne deposto lo Scia?); non permettiamo che trasformino il Titano nel loro parco giochi geopolitico.
Enrico Lazzari











