L’intervento di Luca Beccari, a ben vedere molto piccato per questa protesta, sull’accoglienza dei profughi palestinesi è politicamente debole e istituzionalmente preoccupante. Come al solito.
Non perché difenda una scelta. Ma perché evita sistematicamente di rispondere alle obiezioni, sostituendo il confronto con una delegittimazione morale dell’interlocutore.
Dire “nessun rischio” non è una valutazione tecnica. È una affermazione perentoria, priva di fondamento verificabile.
E soprattutto è una frase che nessun responsabile della sicurezza dovrebbe mai pronunciare, tanto più in uno Stato delle dimensioni di San Marino.
Il punto non è la solidarietà. Il punto è la durata e le conseguenze di un provvedimento che viene venduto come emergenziale ma strutturato per diventare stabile.
Beccari parla di “30 persone” come se fosse una cifra magica. Ma il decreto introduce permessi annuali rinnovabili, non un’accoglienza a tempo certo. Una volta entrati, nessun meccanismo automatico di uscita è previsto. E questo non è un dettaglio: è il cuore del problema.
Quando poi si afferma che “non è superabile nemmeno con i ricongiungimenti”, si entra nel terreno delle dichiarazioni politiche non supportate da blindature giuridiche. Nel decreto non c’è scritto!
Chi conosce il diritto dell’immigrazione sa bene che ciò che oggi è escluso per volontà politica, domani può essere riaperto per via amministrativa, giudiziaria o internazionale.
Il passaggio più grave, però, è un altro.
Beccari trasforma ogni obiezione in una colpa morale: chi solleva dubbi viene associato a xenofobia e razzismo.
È una scorciatoia retorica che evita il confronto e avvelena il dibattito pubblico.
Qui nessuno sta generalizzando un popolo. Qui si sta chiedendo conto a un Governo che:
- ha forzato i tempi,
- ha scelto il decreto-legge,
- ha compresso il dibattito,
- e ora chiede fiducia cieca.
La sicurezza non è un pregiudizio. È una funzione primaria dello Stato.
E dire che “non esiste alcun rischio” equivale a negare la realtà, soprattutto quando si parla di aree di guerra dove il controllo dei flussi non dipende certo da San Marino.
Infine, il richiamo alla “tradizione umanitaria” è fuori fuoco.
San Marino ha accolto rifugiati in contesti storici, temporanei e reversibili, non con meccanismi di stabilizzazione indefinita mascherati da emergenza.
Questa non è una discussione ideologica. È una discussione di responsabilità politica.
E la sensazione, sempre più netta, è che il Segretario agli Esteri non stia governando un processo, ma stia cercando di mettere al riparo una scelta già fatta, scaricando ogni critica su una presunta mancanza di umanità altrui.
Non funziona così.
In democrazia chi decide deve spiegare, non accusare. E quando le risposte non arrivano, il problema non è chi fa domande.
L’appuntamento, se le cose stanno come dice Beccari, per la protesta contro questo modo di fare non può essere che domani alle ore 18 sotto Palazzo Begni.
Marco Severini – direttore GiornaleSM











