Ieri, durante il dibattito politico, sono stato di fatto tacciato di fare fake news da alcuni consiglieri e, stando a quanto emerso, forse anche dal Segretario di Stato agli Esteri Luca Beccari. Un’accusa lanciata in modo generico, senza mai indicare una notizia precisa, un passaggio concreto, un fatto verificabile che sarebbe falso. Un’accusa totale, indistinta, utile solo a delegittimare.
I lettori, però, sanno bene come lavoro. Da anni pubblico notizie cercando riscontri, documenti, conferme. È un metodo, non uno slogan. Altra cosa sono gli editoriali: lì non si raccontano fatti, si espongono opinioni, valutazioni, previsioni politiche. Sono firmate, riconoscibili, dichiaratamente soggettive. La differenza è evidente a chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l’informazione. Fingere di non capirla è una scelta.

C’è poi un passaggio che merita di essere chiarito. La notizia di una possibile protesta sotto Palazzo Begni ha evidentemente creato nervosismo. Se qualcuno si è spaventato, non è certo responsabilità di chi informa. La protesta, il dissenso, la contestazione pubblica fanno parte del gioco democratico. È lo scotto del mestiere per chi governa. A volte la gente si arrabbia. Succede.
La parte più singolare arriva dopo. A parlare di fake news sono anche persone che, in passato, sono state smentite proprio da questo media per aver diffuso informazioni non vere. Allora si chiamava “errore”, “interpretazione”, “lettura politica”. Oggi, improvvisamente, la categoria cambia: tutto diventa fake news. Senza esempi, senza prove, senza il coraggio di entrare nel merito o forse perchè semplicemente il merito non c’è.
Ed è qui il punto politico, prima ancora che giornalistico. L’accusa generica di fake news è una scorciatoia. Serve a screditare chi disturba, a togliere legittimità senza affrontare i contenuti. È una tecnica vecchia, usata quando mancano argomenti o quando il confronto fa paura.
La credibilità, però, non si cancella con una parola buttata lì. Si costruisce nel tempo, articolo dopo articolo. Ed è dovuta proprio perché, nel bene e nel male, le cose pubblicate erano vere o, quanto meno, fondate. Se capita un errore, è un errore. Non c’è dolo. Chi lavora può sbagliare. Chi accusa senza dimostrare, invece, sceglie consapevolmente la scorciatoia.
Quando un rappresentante istituzionale accusa genericamente un media o un operatore della stampa di fare fake news senza indicare un fatto preciso, una notizia concreta, un passaggio verificabile, non siamo più nel terreno del confronto politico. Siamo dentro un attacco alla stampa. E questo non è un’opinione: è un dato giuridico.
L’Unione Europea, tanto amata da questi signori, quella stessa Europa che molti invocano come bussola morale e politica, tutela in modo esplicito la libertà di stampa e il ruolo dei media come cani da guardia del potere. Non per simpatia verso i giornalisti, ma perché senza informazione libera il sistema democratico non regge. È un principio strutturale.
La Convenzione europea dei diritti dell’uomo, all’articolo 10, protegge la libertà di espressione e di informazione in modo rafforzato quando si tratta di temi di interesse pubblico. E la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo è chiarissima da anni: chi esercita potere pubblico deve accettare un livello di critica più alto rispetto a un privato cittadino. Non il contrario.
C’è un passaggio centrale che viene sistematicamente ignorato da chi urla alle fake news: se accusi un operatore della stampa di mentire, devi dimostrarlo. Non basta lanciare l’etichetta. Non basta parlare in astratto. Non basta dire “si fanno fake news” come categoria indistinta. In assenza di esempi e prove, l’accusa non è legittima critica politica, ma delegittimazione.
La Corte europea distingue in modo netto tra fatti e opinioni. I fatti sono verificabili, e se sbagli si può discutere, correggere, smentire. Le opinioni, invece, non possono essere qualificate come vere o false per definizione. Attaccare un editoriale come se fosse una notizia falsa non è solo scorretto: è giuridicamente infondato. Qualsiasi tribunale serio lo smonterebbe senza difficoltà.
C’è poi un altro aspetto, ancora più delicato. Quando accuse vaghe di fake news arrivano da membri del governo o del parlamento, il problema si aggrava. Perché producono quello che in diritto europeo si chiama chilling effect: un effetto intimidatorio, dissuasivo, volto a isolare e scoraggiare chi informa. È uno dei segnali tipici delle derive illiberali, quelle che l’Europa dice di voler contrastare quando guarda ad altri Paesi.
Ed è qui che la contraddizione diventa macroscopica. Non si può sventolare l’Europa come feticcio politico e poi adottare gli stessi metodi che Bruxelles contesta apertamente a Stati come Ungheria o Polonia: screditare la stampa senza entrare nel merito, colpire il messaggero invece di rispondere ai contenuti, usare etichette al posto degli argomenti.
Il punto, quindi, non è personale. È istituzionale.
O si indica con precisione quale notizia è falsa, spiegando perché e con quali elementi.
Oppure si abbia il coraggio di ammettere che non si sta facendo critica giornalistica, ma attacco politico alla libertà di stampa.
E questo, nel perimetro europeo che tanti evocano, non è tollerato. Anche se qualcuno fa finta di non saperlo. Ma vedremo.
E allora la domanda resta, semplice e diretta. Chi di questi paladini, protetti dall’immunità parlamentare (che poi è da vedere perchè il regolamento consigliare dice altro), ha il coraggio di fare un nome? Di dire apertamente che sono io, Marco Severini, ad aver diffuso una specifica fake news, indicando quale e perché. Senza allusioni, senza fumo, senza parlare in astratto.
Io sono qui.
Aspetto. Ma lo faranno?
Marco Severini – direttore GiornaleSM











