Si sposta nelle aule del Tribunale civile di Rimini una delicata vicenda che contrappone il diritto alla salute alla sostenibilità dei bilanci pubblici. Un cittadino riminese ha infatti avviato un contenzioso legale contro l’Ausl Romagna, chiedendo che sia il servizio sanitario a farsi carico delle ingenti spese necessarie per l’assistenza della moglie settantenne, affetta da una grave forma di Alzheimer. La prima udienza del processo è stata fissata per il prossimo 24 febbraio.
Al centro della battaglia giudiziaria vi è la retta mensile di tremila euro che la famiglia è costretta a pagare di tasca propria per garantire il ricovero della donna in una struttura privata. Una scelta obbligata, secondo la ricostruzione dei legali della famiglia, gli avvocati Paolo Ghiselli e Luisa Liguori, in quanto la paziente necessita di cure continuative 24 ore su 24, impossibili da gestire a domicilio anche con supporti esterni. Nonostante la gravità del quadro clinico, risalente al 2020, e un anno di permanenza in lista d’attesa, non si sarebbe liberato alcun posto nelle strutture convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, costringendo il marito a rivolgersi al mercato privato per garantire la sopravvivenza della consorte.
Il ricorso si fonda su un principio costituzionale preciso: l’articolo 32, che sancisce il diritto alla salute. La tesi difensiva del marito sostiene che, data la natura strettamente sanitaria e non solo assistenziale delle cure richieste, l’onere economico non dovrebbe ricadere sul nucleo familiare. L’obiettivo dell’azione legale è ottenere una sentenza che obblighi l’Azienda sanitaria a coprire i costi, riconoscendo l’effettività del diritto alle cure pubbliche.
Di segno opposto la posizione dell’Ausl Romagna e della Regione Emilia-Romagna, costituitesi in giudizio. Le istituzioni, pur non rilasciando dichiarazioni ufficiali alla stampa in questa fase, hanno articolato la propria difesa su questioni di sostenibilità economica. Nelle memorie difensive viene contestata l’applicabilità universale del principio invocato dal ricorrente, sottolineando che se tale diritto fosse riconosciuto indiscriminatamente a tutti i pazienti in condizioni simili, si verificherebbe un tracollo del sistema sanitario esistente, rendendo impossibile la gestione della spesa pubblica.
I legali del ricorrente, in attesa del confronto in aula, hanno ribadito come una patologia degenerativa non possa trasformarsi in una condanna patrimoniale per i parenti, cancellando i risparmi di una vita. Secondo la difesa, il dolore per la perdita progressiva di un affetto non dovrebbe essere aggravato dall’angoscia economica, respingendo l’idea di una selezione all’accesso alle cure basata sulle capacità reddituali. La parola passa ora ai giudici riminesi.











