Parlare di eventuali accoglienze legate alla crisi palestinese tocca inevitabilmente corde sensibili. C’è un lato umano che nessuno può ignorare. Ma c’è anche un dovere preciso: governare la realtà di San Marino per quello che è, non per come ci piacerebbe che fosse.
Chi, come noi, esprime perplessità non lo fa per “chiusura” o per principio. Lo fa perché San Marino è una micro-realtà: 61 km², circa 34.000 residenti, servizi pubblici tarati su numeri piccoli e su un equilibrio delicato. In un Paese così, anche flussi contenuti possono avere un impatto enorme, in proporzione.
Il punto centrale è questo: oggi non c’è abbastanza chiarezza. Quante persone? Per quanto tempo? Con quali criteri? Con quali costi? E soprattutto: con quali strutture e con quale responsabilità politica, se qualcosa non funziona?
Sanità, scuola, alloggi, assistenza sociale: sono settori che già richiedono attenzione costante. Se la popolazione cresce in modo improvviso, non cresce in modo automatico anche la capacità del sistema. Il rischio è semplice: pressione sul mercato degli affitti, liste d’attesa più lunghe, tensioni sociali e una sensazione diffusa di ingiustizia per chi vive e lavora qui da sempre.
San Marino è una comunità piccola, storica, con equilibri culturali e sociali particolari. L’integrazione non è uno slogan: significa lingua, lavoro, regole, convivenza, percorsi chiari e controllabili. Senza un piano serio, l’effetto non è l’inclusione: è la nascita di problemi che poi pagano tutti, prima di tutto i più fragili.
Un altro tema che non si può liquidare con leggerezza è la sicurezza. In contesti di guerra o instabilità, i controlli sui precedenti personali possono essere oggettivamente più difficili. Questo non significa “colpe” attribuite a qualcuno: significa realismo amministrativo. E San Marino, per dimensioni e strumenti, non ha la stessa capacità di gestione di Stati più grandi se si presentano situazioni complesse. Aspettare “di vedere come va” sarebbe un errore.
C’è poi il profilo diplomatico: ospitare gruppi legati a crisi internazionali può avere ricadute nei rapporti con altri Stati e organismi. Anche questo va messo sul tavolo con serietà, senza improvvisazioni e senza decisioni calate dall’alto.
Il welfare sammarinese è generoso, ma è calibrato su una popolazione stabile. Accoglienza e integrazione richiedono risorse: alloggi, servizi, mediazione, sostegni, inserimento lavorativo. Non si può chiedere alla cittadinanza di accettare un percorso del genere senza numeri chiari e senza una copertura economica trasparente, soprattutto mentre ci sono famiglie residenti in difficoltà e lavoratori (inclusi i frontalieri) che già sostengono in modo concreto la nostra economia.
Noi non diciamo “no” per sport. Diciamo: prima chiarezza, poi decisioni.
Se si vuole anche solo aprire un ragionamento, servono garanzie vere: criteri pubblici, numeri definiti, tempi, responsabilità, controlli, costi e un piano di integrazione serio. E soprattutto serve
la certezza che una materia così delicata non venga gestita con superficialità o usata come merce di scambio politico.
Emiliano Pazzaglia
Comunicato stampa – Comitato Pro-San Marino













