San Marino. Demos: La Giornata della Memoria per Demos non è una festa, è uno specchio

Giornata della Memoria 

San Marino, 27 gennaio 2026 

Demos crede che non ci sia modo migliore per festeggiare la giornata della Memoria se non con il risultato della  approvazione del Decreto che regolamenta l’accoglienza di 30 Palestinesi in fuga dal Genocidio di Gaza. Un sentito grazie ai membri del Consiglio Grande e Generale per questo risultato. 

La Giornata della Memoria per Demos non è una festa, è uno specchio. 

Se oggi rivediamo gli stessi errori, non significa che ricordare sia inutile: significa che non stiamo agendo abbastanza. Possiamo comprendere l’istinto di proteggersi, di voler credere che il mondo sia più semplice di quanto non sia, che  esistano confini netti tra “noi” e “gli altri”, “tra buoni e cattivi”. La paura è umana. Ma non tutto ciò che è umano è  giusto, e non tutto ciò che è comprensibile è accettabile. 

Ecco perché oggi più che mai è necessario ricordare, riconoscere i segnali quando ricompaiono, linguaggio  disumanizzante, capri espiatori, indifferenza. 

Comprendere che gli orrori non iniziano con i campi dí concentramento ma con le parole, le leggi, il silenzio. Trasformare un profugo in un sospetto, una vittima in una minaccia, non è autodifesa è una rinuncia al pensiero  critico.  

Chi fugge da una guerra non porta con sé il terrorismo, porta con sé la perdita di una casa, di una vita normale, spesso  di una parte della propria famiglia.  

Chiamarlo terrorista non lo rende tale, serve solo a renderci indifferenti. 

Comprendiamo anche la rabbia di chi grida ci tolgono risorse; c’è gente qui che non ha una casa, un lavoro, e prima  bisognerebbe aiutare noi. 

E’ tutto vero, ma l’origine di questi disagi è la medesima che crea la povertà e la guerra, ovvero l’incapacità di  collaborare, condividere, anche con chi diverso da noi, per costruire insieme un futuro migliore. Questa rabbia esiste, ed è reale. Ma è diretta verso il bersaglio sbagliato. I profughi non creano povertà, la subisconoNon sono loro a decidere come vengono distribuite le risorse, né a smantellare il welfare, né a precarizzare il lavoroMettere in competizione chi sta male con chi sta peggio è una strategia vecchia, serve a non parlare di chi quelle  risorse le gestisce e le spreca, o le concentra nelle mani di pochi. Aiutare chi fugge da una guerra non impedisce di  aiutare chi vive già qui; è una scelta politica, non una legge naturale. 

È qui che bisogna essere severi. Perché confondere deliberatamente un popolo con un gruppo armato non è  ignoranza innocente, è una scelta politica. È il modo più rapido per giustificare punizioni collettive, respingimenti,  bombardamenti, silenzi. È il linguaggio della propaganda, non della sicurezza. E quando lo accettiamo, anche solo per  stanchezza o paura, diventiamo parte del problema. 

Uno Stato che accoglie profughi palestinesi non sta importando violenza, sta adempiendo a un dovere umano e  giuridico. Dire il contrario significa negare il diritto d’asilo, svuotare di senso il diritto internazionale e accettare l’idea  che esistano vite che, per nascita o provenienza, valgono meno di altre. 

Non è facile guardare questa realtà in faccia, perché farlo comporta una responsabilità, riconoscere che dietro la parola  “sicurezza” spesso si nasconde l’alibi dell’ingiustizia, e che dietro la parola “terrorismo” si nasconde la paura di  chiamare le cose con il loro nome. Occupazione, espulsione, punizione collettiva, genocidio. Essere empatici non significa essere ingenui! Significa scegliere la complessità quando l’odio offre risposte semplici. E  significa ricordare, con fermezza, che la disumanizzazione dell’altro non ci rende più sicuri ma anzi ci rende solo più  poveri, più cinici e più complici. 

La storia è piena di momenti in cui qualcuno ha detto: “È per la nostra sicurezza”. E raramente, col senno di poi, aveva  ragione. 

 

Comunicato stampa – MovimentoPolitico DEMOS