Negli ultimi giorni è stato distribuito un opuscolo informativo sull’Accordo di associazione con l’Unione Europea. Presentato come opportunità, ma lascia aperti diversi interrogativi che, per importanza, meritano risposte chiare e complete.
L’Accordo viene descritto come “flessibile” e rispettoso delle specificità di San Marino. Tuttavia, dallo stesso opuscolo emerge che una parte significativa della normativa europea dovrà essere recepita nel nostro ordinamento. Nel farla breve, alcune regole non sarebbero più definite esclusivamente a livello interno, ma deriverebbero anche da un quadro normativo esterno.
Rimangono poco approfonditi aspetti concreti che toccano la vita reale, quali effetti avrà sul lavoro? cosa significa davvero la libera circolazione delle persone in un micro-Stato? che impatto può avere sul sistema sociale e sanitario, quali saranno i costi organizzativi e amministrativi dell’adeguamento? L’opuscolo afferma che San Marino manterrà la propria autonomia, ma allo stesso tempo richiama meccanismi di adeguamento alla legislazione europea e un ruolo della Corte di Giustizia UE nell’interpretazione delle norme. Questa apparente contraddizione andrebbe spiegata, perché i cittadini hanno diritto di capire dove finisce l’autonomia e dove iniziano gli obblighi.
Un altro punto sensibile riguarda l’immigrazione e le quote d’ingresso. In uno Stato piccolo, anche numeri contenuti possono produrre effetti importanti sull’equilibrio sociale ed economico. Servono dati, simulazioni e scenari comprensibili, così che ciascuno possa farsi un’idea basata su elementi concreti e non su impressioni.
Colpisce inoltre che la narrazione dell’opuscolo sembri concentrarsi soprattutto sui vantaggi per le imprese orientate ai mercati esterni, per il settore finanziario e per l’accesso al mercato unico. Ma San Marino non è fatto solo di grandi imprenditori o di realtà che guardano fuori, è fatto soprattutto di commercianti, artigiani, piccole imprese e famiglie che tengono in piedi l’economia quotidiana. Su queste categorie, che sono l’ossatura del Paese, si leggono pochi dettagli e poche garanzie operative. È qui che ci si aspetterebbe spiegazioni semplici e precise, cosa cambia davvero per chi lavora e produce dentro la Repubblica?
Infine, nell’ultima parte si lascia intendere che, per un piccolo Paese come il nostro, l’alternativa all’Accordo sarebbe l’isolamento. Questa impostazione rischia di mettere paura e di deformare il confronto. San Marino, fino ad oggi, è andato avanti anche grazie a relazioni bilaterali, accordi mirati e capacità di adattarsi senza rinunciare alla propria identità istituzionale. Ridurre tutto a “o questo o l’isolamento” è una semplificazione che non aiuta una scelta.
Maurizio Tamagnini











