Un cappellino da baseball dimenticato sulla scena del crimine ha portato, a quasi undici anni di distanza, alla condanna di un uomo per una violenta rapina in abitazione. La sentenza è stata emessa ieri dal Tribunale di Rimini, chiudendo un caso che sembrava destinato a rimanere irrisolto, grazie a una traccia biologica che ha resistito al tempo.
La vicenda risale all’estate del 2015, quando un uomo e una complice, mai identificata, fecero irruzione in un’abitazione nel centro di Rimini. Durante il colpo, scoppiò una violenta colluttazione con il figlio dell’anziana proprietaria di casa. Nella concitazione, anche la donna venne ferita, riportando lesioni con una prognosi di tre giorni. Nonostante la reazione dei presenti, i due malviventi riuscirono a fuggire con un bottino di circa 2.000 euro, lasciandosi però alle spalle l’indizio che si sarebbe rivelato fatale: un cappellino da baseball.
Per sette lunghi anni, il fascicolo è rimasto archiviato a carico di ignoti, senza un nome né un volto da associare al crimine. La svolta inaspettata è arrivata nel 2022, quando un uomo è stato arrestato per altre vicende e il suo profilo genetico è stato inserito nella banca dati delle forze dell’ordine. Il sistema ha immediatamente rilevato una corrispondenza: il suo DNA era identico a quello trovato sul cappellino repertato anni prima dalla polizia scientifica.
La riapertura del caso ha portato a processo un giostraio riminese, oggi 48enne. Ieri, al termine del rito abbreviato, è arrivata la condanna a 4 anni di reclusione, a fronte di una richiesta dell’accusa di 6 anni e 4 mesi.
L’uomo si è sempre dichiarato innocente, sostenendo che quel cappellino non gli apparteneva. Il suo difensore, l’avvocato Matteo Paruscio, ha già annunciato l’intenzione di ricorrere in appello. La difesa sostiene infatti che la sola traccia di DNA sul copricapo non costituirebbe una prova sufficiente a dimostrare la colpevolezza del suo assistito oltre ogni ragionevole dubbio.











