San Marino. Padri bulli e razzismo antisemita: il grido disperato degli insegnanti che si fanno sentinelle del rispetto e della comunità – di Marino d’Arbe

Figli di questa terra, ascoltate la voce di un padre che vi guarda con l’ansia di chi vede incrinarsi il vaso più prezioso che abbiamo: la nostra convivenza. Il 29 gennaio 2026, ieri, non sarà più una data qualunque, sarà ricordato come il giorno in cui sessanta dei nostri insegnanti – gente che spende la vita tra i banchi di Fonte dell’Ovo come Michele Rastelli, Sabrina Bernardi, Chiara Naso, Silva Cenci…  – hanno deciso di smettere di fare solo lezione per farsi sentinelle della nostra moralità.

Hanno scritto una lettera (leggi qui) che scuote le case e il Palazzo, denunciando un clima di odio che sta avvelenando le nostre piazze virtuali. Non è una lamentela da professori, è il grido di chi vede i nostri ragazzi annegare in una tossicità digitale che noi adulti abbiamo creato.

L’esempio del razzismo: quando l’odio antisemita diventa un festival

Per capire di cosa parlano questi sessanta coraggiosi, basta guardare – ad esempio – lo scempio comparso nella bacheca Facebook della Tv di Stato alla vigilia della Giornata della Memoria, documentato con estrema durezza da Giornale.sm. Alla notizia della nascita di una associazione che ispirata a pace e dialogo si prefigge di creare ponti fra San Marino e Israele, i social si sono trasformati in una sagra del razzismo, dell’antisemitismo. Abbiamo letto frasi che fanno gelare il sangue, scritte da cittadini che poi, oltre ad avere bimbi a scuola, magari incontriamo al bar: “Luridi Giudei”, “Zampe sporche”, “Hitler con gli ebrei non aveva finito il lavoro”, oppure “gli ebrei sono i nuovi nazisti”…

Questo non è “esprimere un’opinione” o criticare le azioni di un governo. Questo è spargere sale sulle ferite della storia. Ma il problema vero, figli miei, è che questo veleno è solo la punta dell’iceberg di un bullismo sociale che – come denunciato dagli insegnanti – sta diventando il nostro pane quotidiano.

Razzismo e bullismo non restano impuniti, neppure sui social

Ma non si creda che questo fango resti impunito tra le pieghe della rete. La giustizia, seppur lenta, inizia a presentare il conto a chi scambia la tastiera per una clava. Ne è esempio, ne sanno qualcosa i tanti che, negli ultimi anni, sono stati raggiunti da decreti penali di condanna per aver offeso e diffamato Marco Severini, direttore di Giornale.sm. Sono decine di cause che ha vinto contro chi ha scelto la via dell’insulto bieco sui social nei suoi confronti.

Il cortocircuito: adulti che fanno i cyberbulli

Il nucleo del problema è questo: i nostri ragazzi ci guardano. E cosa vedono? Vedono adulti – genitori, vicini di casa, consiglieri e persone “rispettabili” – che si comportano come branchi inferociti dietro lo schermo di uno smartphone.

Siamo davanti a un bullismo adulto sistemico. Le piazze digitali sammarinesi sono diventate palestre di aggressione verbale, dove chiunque non la pensi come il branco viene linciato, deriso, schiacciato. E noi pretendiamo che la scuola insegni il rispetto? Come possono questi insegnanti parlare di empatia e di uso consapevole delle parole, quando fuori dall’aula i ragazzi vedono i loro padri, le loro madri, i loro “modelli” praticare il bullismo online come sport nazionale?

Il silenzio di chi dovrebbe governare e sanzionare questi linguaggi non è prudenza: è una pacca sulla spalla al bullo di turno. Se una comunità tollera che la violenza verbale diventi il canone del dibattito, allora ogni corso contro il cyberbullismo nelle scuole diventa una recita inutile. E’ ovvio, quanto conseguenza inevitabile.

Il monito di un Padre

San Marino è una comunità piccola. Qui le parole pesano il doppio perché ci conosciamo tutti. Proprio per questo dovremmo essere un esempio di civiltà, non un laboratorio di cattiveria gratuita e prevaricazione vergognosa.

Mi rivolgo a voi, padri e madri: ogni volta che premete “invio” su un commento carico di disprezzo, state dando a vostro figlio il permesso di fare lo stesso con il compagno più debole. State costruendo una Repubblica di bulli, dove la forza della parola è sostituita dalla violenza dell’insulto.

Tornate a essere uomini e donne degni di questo nome. La libertà che la vostra storia vi ha lasciato non è licenza di distruggere il prossimo, ma responsabilità di costruire insieme. Se non fermiamo questa deriva di bullismo sociale, non ci saranno metal detector o leggi che terranno le nostre scuole – e le nostre vite – al sicuro.

Ai “sessanta” insegnanti non posso che dire: grazie del coraggio; a tutti voi sammarinesi, invece, non posso che dirvi: riprendiamoci il rispetto, prima che l’odio diventi l’unica lingua che sappiamo parlare.

Marino d’Arbe

 

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