La posizione espressa dalla Segreteria di Stato per gli Affari Esteri sul caso BIOLAB presenta una contraddizione evidente che non può essere liquidata con il linguaggio felpato della “responsabilità istituzionale”.
Si sostiene che non vi sia censura, ma una semplice mancata autorizzazione o patrocinio. Peccato che, nei fatti, la proiezione sia stata annullata. Non per ragioni di ordine pubblico, non per violazioni di legge accertate, ma per una valutazione politica preventiva sul contenuto e sull’origine del documentario. Questo, nella sostanza, è censura preventiva. Cambiare il nome non cambia la natura dell’atto.
Si invocano obblighi sanzionatori e direttive europee. Bene. Allora si spieghi perché in Italia, Stato membro dell’Unione Europea e soggetto a pieno titolo al regime sanzionatorio, le stesse proiezioni avvengono senza alcun problema. A Rimini, a pochi chilometri dal confine, non è intervenuta né la Prefettura né il Ministero degli Esteri, né tantomeno le forze dell’ordine per impedire eventi analoghi. Nessun allarme geopolitico, nessuna emergenza democratica, nessuna “zona grigia”.
Se davvero esistesse un divieto giuridico assoluto, l’Italia sarebbe il primo Paese a farlo rispettare. E invece no. Evidentemente il quadro normativo consente margini che San Marino ha scelto di restringere autonomamente, andando ben oltre quanto richiesto.
Si afferma poi che la libertà di espressione resta un pilastro, ma che non deve trasformarsi in “avallo istituzionale”. Anche qui: nessuno ha chiesto l’avallo dello Stato. Nessun patrocinio obbligatorio, nessuna investitura ufficiale. Si trattava di una proiezione, non di un atto di politica estera. Confondere un evento culturale con una presa di posizione diplomatica è una forzatura funzionale a giustificare una scelta già presa.
Il passaggio più rivelatore è un altro: la tutela dell’immagine del Paese e il timore di apparire un “anello debole” nel percorso di integrazione europea. È lo stesso riflesso che ha portato Beccari a perdere il controllo in Consiglio alla notizia di una manifestazione sotto Palazzo Begni.
Qui, nel caso Biolab, il punto è chiaro: non si è agito per difendere la sovranità, ma per anticipare e compiacere uno sguardo esterno, ipotetico e preventivo. Un riflesso condizionato, non un atto di forza istituzionale.
La sovranità non si esercita selezionando i contenuti ammessi in base alla loro “accettabilità internazionale”. Si esercita applicando le leggi, garantendo le libertà fondamentali e intervenendo solo in presenza di violazioni concrete, non presunte.
Oggi il dato politico è questo: San Marino ha fatto più dell’Unione Europea, più dell’Italia, più di quanto formalmente richiesto. Ha scelto l’autolimitazione. E quando uno Stato inizia a limitarsi da solo per paura di come potrebbe essere percepito, il problema non è la propaganda altrui, ma la solidità delle proprie istituzioni.
I fatti restano.
Rimini proietta. San Marino vieta.
C’è però una linea che attraversa tutti questi comportamenti: l’esercizio verticale del potere accompagnato da una riduzione sistematica dello spazio di confronto, soprattutto quando il confronto è scomodo per la linea scelta.
Primo punto: le “fake news” urlate in Consiglio. È un metodo antico e sempre uguale. Si accusa, si alza la voce, si delegittima l’interlocutore, ma non si indicano mai i fatti contestati. Nessun esempio, nessuna rettifica richiesta, nessuna smentita puntuale. In uno Stato di diritto questo non è rigore istituzionale: è abuso retorico della posizione.
Secondo punto: il fastidio verso le posizioni eurocritiche. Non perché false, ma perché non funzionali alla narrazione ufficiale dell’integrazione come destino obbligato e indiscutibile. Qui il problema non è l’Europa in sé, ma il principio: chi mette in discussione il percorso viene trattato come un disturbatore dell’ordine, non come un soggetto del dibattito democratico. È l’esatto contrario di ciò che l’Unione Europea dice di rappresentare.
Terzo punto: il riconoscimento della Palestina. Atto politico rilevante, compiuto senza una richiesta formale, senza un’urgenza giuridica, senza un dibattito pubblico strutturato. Una scelta simbolica e identitaria che non risponde a un interesse immediato dello Stato sammarinese, ma a un posizionamento ideologico. Anche qui: decisione calata dall’alto, comunicata come fatto compiuto.
Quarto punto: la presenza stabile di cittadini palestinesi con le famiglie. Chiamarla emergenza umanitaria è una forzatura semantica. I fatti raccontano altro: una scelta strutturale, con costi a carico della collettività, ricadute sociali e implicazioni di lungo periodo. Negarlo significa prendere in giro i cittadini. Anche qui manca il passaggio chiave: un confronto serio, trasparente, preventivo.
Quinto punto: la distruzione politica della Democrazia Cristiana dall’interno. Un partito storicamente prudente, moderato, radicato nella società sammarinese. Le scelte portate avanti sono in aperto conflitto con la sua base elettorale, se non diametralmente opposte. Questo non è rinnovamento: è scollamento. E lo scollamento, nella storia politica, porta sempre allo stesso risultato.
Il filo comune, quindi, non è l’Europa, la Palestina o i documentari.
Il filo comune è un’idea di potere autoritario che considera il dissenso un problema da gestire, non una risorsa da ascoltare.
Un’impostazione che privilegia il posizionamento internazionale rispetto alla coesione interna, l’immagine esterna rispetto alla legittimazione democratica, l’urgenza ideologica rispetto alla tradizione istituzionale.
Il paradosso finale è evidente: nel nome dell’Europa si restringe il dibattito; nel nome della sovranità la si cede; nel nome della democrazia si evita il confronto.
Quando queste tre cose accadono insieme, non è una serie di coincidenze. È una linea politica che può portare all’autoritarismo.
E Beccari sarà l’esecutore materiale della Democrazia Cristiana tradizionale: quella della gente sammarinese moderata, lontana anni luce da ciò che oggi viene praticato dall’inquilino di Palazzo Begni.
E, non a caso, i suoi maggiori sostenitori siedono all’opposizione. E non è un caso …
Marco Severini – direttore GiornaleSM











