Una condanna a 3 anni di reclusione per peculato. È la sentenza emessa ieri dal tribunale di Ravenna nei confronti di un novantenne di Cattolica, riconosciuto colpevole di aver prosciugato l’ingente patrimonio della sua anziana cugina di Faenza, della quale era stato nominato amministratore di sostegno. In un decennio, un capitale di oltre un milione di euro si è ridotto a poche migliaia di euro.
La vicenda giudiziaria ha ricostruito la gestione delle finanze di una benestante signora faentina, deceduta nel 2019 all’età di 103 anni. L’imputato era stato designato come suo amministratore di sostegno nel 2009, quando il patrimonio della donna superava 1,1 milioni di euro. Alla sua morte, dieci anni dopo, sui conti correnti erano rimasti appena 4.000 euro.
A innescare le indagini, avviate nel 2020, fu la denuncia di un amico di famiglia, nominato erede al 50%. L’uomo, consulente finanziario della coppia per anni, rimase sbalordito dall’esiguità dell’asse ereditario al momento della convocazione notarile, ben conoscendo la consistenza originaria dei beni. Da lì sono partiti gli accertamenti, focalizzati sulla documentazione bancaria e sui rendiconti presentati al giudice tutelare.
Secondo l’accusa, nel corso del decennio sarebbero state giustificate uscite di denaro del tutto incoerenti con lo stile di vita dell’ultracentenaria. Tra le spese contestate figurano cene in ristoranti sulla costa, acquisti costosi come un computer e una poltrona per il mal di schiena, oltre a un compenso mensile di 5.000 euro che l’amministratore si auto-liquidava. A queste si aggiungevano voci generiche, difficilmente verificabili e giustificate come “coperte da privacy”, che avrebbero contribuito a erodere progressivamente il capitale.
Nel corso della discussione finale, la parte civile ha descritto un patrimonio “polverizzato” in dieci anni. La Procura aveva richiesto una condanna a 2 anni e 8 mesi. La difesa, invece, ha sostenuto che si trattasse al massimo di una “contabilità bizzarra e discutibile”, ma non di un reato. Ieri pomeriggio, il collegio penale ha ritenuto provata la responsabilità del novantenne, infliggendo una pena superiore a quella richiesta dall’accusa e stabilendo anche il pagamento di una provvisionale di 10.000 euro.












