A Gaza si muore e davvero non è un’opinione ma la cruda realtà dei fatti: ospedali che sono ormai scheletri di cemento, migliaia di minori mutilati, un’emergenza sanitaria che grida vendetta. Lo dice la stampa italiana e internazionale e lo conferma quel filo di speranza che passa per il valico di Rafah, dove 150 feriti sono stati fatti uscire per essere curati in Egitto. Una goccia nel mare, certo, ma una goccia che indica una direzione precisa: serve aiuto medico. Punto.
Leggi:
E qui, sul Titano, cosa facciamo? Invece di rimboccarci le maniche per offrire barelle e medici, la politica sammarinese si lancia nel gioco delle tre carte dove i protagonisti sono i feriti, le famiglie. Non si parla di cure temporanee, ma di accoglienza stabile. C’è qualcosa che puzza e molto, e non è solo la solita retorica da comunicato stampa pre-confezionato.
Cerchiamo di essere seri, almeno una volta anche se taluni è molto difficile. Se vedi qualcuno che affoga, gli tendi una mano per tirarlo a riva, non gli chiedi di firmare un contratto di soggiorno a vita. La logica umanitaria, quella vera, non quella da salotto a cui qui a San Marino siamo abituati da tempo, imporrebbe di prendere i feriti, portarli nelle nostre strutture, curarli e, una volta stabilizzati, restituirli alla loro terra o a strutture idonee.

Ma no. A San Marino la politica di estrema sinistra, a cui si è anche unito Beccari ultimamente, preferisce la strada più tortuosa: importare nuclei familiari completi.
Perchè? Qual è il senso di trasformare un’emergenza medica in un’operazione di popolamento? Un ferito che guarisce è una missione compiuta; una famiglia che si insedia è un dossier aperto che scotta tra diritti, residenze, welfare e costi pubblici che ricadranno, come sempre, sulle spalle dei citadini.
Dietro questa scelta c’è un vuoto pneumatico di spiegazzioni che fa rabbia. Quando un governo schiva la soluzione più logica (la cura) per infilarsi nel tunnel della permanenza (le famiglie), è legittimo anzi è doveroso, sospettare che sotto ci sia dell’altro.
Siamo di fronte a un nuovo “progetto” nato nelle stanze chiuse? Ci sono accordi internazionali che non ci hanno detto? O forse, come spesso accade quando le cose non quadrano, bisogna seguire la scia dei soldi? Business dell’accoglienza? Circuiti di fondi che devono girare? Accordi sottobanco con canali esterni per accreditarsi chissa dove?
Il sospetto è forte, il silenzio del governo è assordante. E noi, su queste pagine, ai silenzi del Palazzo, ma soprattutto di Beccari, non ci siamo mai abituati.
Basta con la solita melina del “dobbiamo essere buoni”, della bontà, della Repubblica del grande cuore che accoglie tutti.
La bontà senza trasparenza non è altruismo, è ipocrisia.
O peggio, è un paravento per interessi che non hanno nulla a che fare con la solidarietà.
Se volete aiutare Gaza, portate qui i bambini mutilati e curateli.
Ma se portate intere famiglie per farle restare, allora state facendo politica migratoria mascherata da urgenza umanitaria.
E se lo fate senza passare per il Consiglio, senza discutere, senza votare e senza spiegare un centesimo di spesa, allora state prendendo in giro i sammarinesi.
Ma poi, parliamoci chiaro: chi sono questi del ”COLLETTIVO SAN MARINO PER LA PALESTINA” che spingono per queste soluzioni? Li avete mai visti? si sono mai presentati? Sono sammarinesi che hanno a cuore il Paese, o sono, come al solito, i soliti estremisti di sinistra italiani che arrivano dalla penisola italica con chissa quale obiettivo? Perchè a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Non vorremmo che dietro la “solidarietà” ci fosse l’agenda politica di gente che con San Marino non ha nulla a che fare, se non per usarlo come laboratorio per i propri esperimenti ideologici.
I feriti restano là, a morire tra le macerie. Le famiglie arrivano qua, tra le stanze del potere.
Qualcosa non torna, e noi non smetteremo di chiedere perchè. La politica ha il dovere della verità, anche se la verità scotta.
Distintamente,
Marco Severini – direttore GiornaleSM











