Evoluzione dell’informazione. Lo sportello delle “anime belle”: se il giornalista finisce sotto la scrivania, ci pensa la gmail di USGi … di Enrico Lazzari

Giornalisti di mezzo mondo, quello occidentale, spegnete subito le rotative e posate immediatamente i taccuini: a San Marino è stato appena risolto il problema dei problemi del mondo dell’informazione: le “molestie” – sessuali o politiche credo – nelle redazioni. Dal 2 febbraio, l’Unione Sammarinese Giornalisti (USGi) ha lanciato lo sportello antimolestie. Un approdo sicuro, dicono. Una casella Gmail – sì, avete letto bene, un account gratuito di Big G – dove il cronista vessato può inviare il suo grido di dolore.

Le incongruità di questa iniziativa sono così tante che non si sa da dove cominciare. Innanzitutto, in un Paese normale, se qualcuno ti molesta o ti intimidisce sul lavoro, non mandi una mail a un’associazione privata: vai in Gendarmeria, ti rivolgi al Tribunale Unico o bussi alla porta dell’Authority per le Pari Opportunità, che è l’organismo di Stato preposto per legge a queste tutele. Ma no, organismi evidentemente inutili, meglio lo sportello “fai-da-te”, gestito tra colleghi, nel “completo riserbo”. Praticamente una chiacchierata tra “amici” davanti a un monitor, mentre fuori la dignità della professione… Vabbé, lasciamo perdere!

Mentre non vedo l’ora di chiudere questo editoriale perchè sono già le due di notte, m’immaginiamo la scena, con la dovuta ironia politicamente scorretta. C’è la giovane giornalista (o il giovane cronista, non facciamo discriminazioni di genere, eh) che, messa alle strette dalle “esigenze di carriera” o dalle pressioni di un giornalista o direttore che conta – o forse, peggio, di un potente che resta fuori dal giornale, ma ci comanda dentro – si ritrova costretta a indossare le ginocchiere e sgattaiolare sotto una scrivania della redazione per ottenere quel contratto o quella visibilità.

Ma ecco il colpo di scena! Mentre si trova lì, tra i cavi del computer e la moquette consumata, la colpisce un raggio di luce: “Non temere! C’è l’USGi!”. Una volta riemersa, basterà un clic. Una mail alla casella nomolestie@gmail e tutto passerà. La salveranno loro, i paladini della “libera” informazione, con una risposta automatica di solidarietà e magari un vademecum su come restare sempre dritti…

Siamo seri, dai. Il problema del giornalismo sammarinese non è la pacca sulla spalla non gradita, ma la schiena curva. Parliamo di quel Codice Deontologico che viene sbandierato come una tavola della legge, ma che nella realtà somiglia terribilmente ad un oggetto indispensabile nel momento del bisogno. È avvolto con cura su un cilindro di cartone: lo srotoli quando devi colpire un “nemico”, lo getti e tiri lo scaquone quando devi giudicare un “amico”.

Tutto questo accade sotto l’ombrello della Riforma Lonfernini, un capolavoro di ingegneria burocratica che – a mio modesto parere – ha trasformato la libertà di stampa in un ballo in maschera, arrogandosi, perdipiù, di regolamentare anche l’informazione del resto del mondo. Una riforma che, di fatto, ha messo i giornalisti sotto scacco: se sei “professionista patentato”, sei sotto il controllo costante di organismi che vigilano non sulla verità, ma sull’allineamento. È un sistema che rischia di alimentare il ricatto e di catalogare la categoria in “buoni” e “cattivi”, “figli” e “figliastri”, professionisti e incapaci dilettanti… A parer loro, ovviamente.

I giornalisti sammarinesi non saranno mai una categoria unita. Perchè il mondo degli operatori dell’informazione, oggi, è affollato di piccoli Indro Montanelli – o meglio, di troppi che si credono tali – che curano il proprio orticello di egoismi individualisti invece di fare fronte comune per la libertà vera. Ma la soluzione non arriverà dalle aziende editoriali lottizzate, che s- temo – sopravvivono con l’ossigeno di una pubblicità che sa di politica e che non starebbero in piedi un giorno senza i cordoni della borsa di certi potentati.

La vera libertà di stampa arriverà quando spariranno queste costosissime e insostenibili cattedrali nel deserto. Il futuro appartiene ai piccoli, supereconomici blog. Spazi liberi gestiti da chi non ha bisogno di “patenti” per raccontare la verità, da chi non deve rispondere a una Consulta che tace sui conflitti d’interesse più beceri e da chi non teme lo “spauracchio” di una riforma liberticida. E da chi, ovviamente, il suo codice deontologico non ce l’ha arrotolato attorno a un cilindro di cartone, ma tatuato nel suo essere.

Cari sammarinesi, la dignità – specie nel mondo del giornalismo – non si recupera con una mail a uno sportello. Si recupera mandando tutto al diavolo quando arriva a guidarci un editore o un direttore che non ci convince, si recupera tenendo le ginocchia sempre dritte e la schiena ancora di più. Perché se passi la vita inginocchiato, non c’è USGi che tenga: prima o poi sotto quella scrivania ci finisci per davvero, e non sarà una Gmail a tirarti fuori.

Enrico Lazzari