I dati demografici parlano chiaro, ci sono sammarinesi che se ne vanno. E se stiamo arrivando al punto che un cittadino diventa frontaliero per necessità, allora servono regole certe, non piani che lasciano margini, ma un P.R.G. serio.
I dati demografici più recenti non sono una tabella da sottovalutare, dietro quei numeri ci sono sammarinesi che se ne stanno andando, e chissà quanti altri ancora. Qualcuno, certo, per scelta. Ma qualcuno perché non vede più una strada. E’ ora di iniziare a capire cosa li sta spingendo fuori.
Una risposta torna più delle altre, il problema della casa. E non è una questione “di giovani” o “non giovani”. È una questione di persone, single, coppie, famiglie. Gente che lavora, fa sacrifici, e oggi si trova davanti lo stesso muro. Riguarda persone diverse, con problemi diversi, ma con lo stesso muro davanti. C’è il single che, con un solo stipendio, non regge un affitto. Ci sono le coppie che vorrebbero comprare ma si scontrano subito con una cosa concreta, la caparra. Se i genitori possono dare una mano, bene. Ma se non possono — e non tutti possono — spesso non riesci nemmeno a partire. E poi c’è l’altro punto, quello che mi viene detto sempre, anche quando arrivi al mutuo, la rata deve essere sostenibile, deve permettere di vivere, non solo di pagare la banca.
Infine ci sono le coppie con figli e le famiglie già formate, che iniziano a guardare fuori perché qui il rapporto tra redditi e costi dell’abitare, semplicemente, non torna.
E il risultato lo vediamo, persone che escono dal territorio non perché lo vogliono, ma perché in quel momento non hanno alternative. C’è chi va fuori per comprare una casa, e c’è chi va fuori anche solo per un affitto. Spesso prova a tenere la residenza a San Marino finché può, perché sa benissimo cosa comporta spostarla, poi però, quando non ce la fai più, sei costretto. Mi viene rabbia perchè stiamo mettendo un sammarinese nella condizione di diventare frontaliero per necessità. Chi ha un parente magari riesce a tamponare con una soluzione di famiglia, chi non ce l’ha deve cambiare tutto, residenza, documenti, pratiche. Non è giusto.
Il punto di partenza è semplice, gli affitti sono troppo alti rispetto ai redditi. E se provi a comprare, spesso è ancora peggio, i prezzi non stanno in piedi rispetto alla capacità reale di spesa. Anche con la garanzia dello Stato sui mutui — introdotta di recente — la sostanza non cambia, se le case sul mercato restano a cifre fuori scala, l’accesso resta bloccato. E quando qualcosa sembra “accessibile”, spesso è solo un’illusione, case datate, lavori inevitabili, manutenzioni straordinarie, interventi che non puoi rimandare. Alla fine non paghi solo la casa ma anche tutto ciò che serve per renderla davvero abitabile, e il totale diventa una cifra pesante, fuori portata per molte persone.
La legge “emergenza casa” doveva dare risposte rapide. Ma se l’obiettivo era abbassare in modo percepibile la pressione su affitti e prima casa, i risultati non sono quelli sperati.
Quello che non capisco — e me lo chiedo davvero — è perché, dopo questo, si stia spingendo su un “piano strategico” come se potesse prendere il posto del P.R.G. che non è la stessa cosa, non dà lo stesso livello di regole, non dà lo stesso livello di certezza. E mi domando, a che gioco stiamo giocando? Perché dovremmo inventarci un modello che apre margini, invece di usare uno strumento serio e vincolante come il P.R.G.?
Anche perché c’è un altro punto che va detto, si parla di costruire nuovi appartamenti in aree destinate, ma se poi quei nuovi immobili finiscono comunque a prezzi spropositati, che problema stiamo risolvendo davvero? Aumenti i volumi, ma non rendi accessibile la casa.
Prima di correre a “fare nuovo”, serve mettere regole chiare e fare una fotografia onesta dell’esistente, capire cosa è vuoto, cosa è sottoutilizzato, cosa resta fuori mercato e perché.
Questa è la differenza tra parlare di casa e risolvere il tema casa. E su questo, oggi, la politica deve scegliere se stare sul vago o essere finalmente concreta.
Maurizio Tamagnini











