Il mistero di Sara Pedri si riapre laddove il tempo sembrava essersi fermato. A quasi un lustro da quel tragico 4 marzo 2021, la speranza di dare una risposta definitiva alla famiglia della ginecologa forlivese riceve un nuovo e inaspettato impulso. Come annunciato oggi, mercoledì 4 febbraio 2026, le operazioni di ricerca, interrotte ufficialmente nell’ottobre del 2022, sono destinate a ricominciare a breve, con ogni probabilità in coincidenza del prossimo anniversario della scomparsa.
La spinta decisiva per questo nuovo capitolo è arrivata dalla tenacia della sorella, Emanuela Pedri, la quale ha manifestato il desiderio profondo di recuperare anche solo un piccolo segno della presenza di Sara, come un indumento o gli occhiali che indossava quel giorno. La richiesta di riprendere le attività è stata accolta dal Commissariato del Governo, grazie anche alla mediazione costante dell’Associazione Penelope Trentino. Sebbene le difficoltà tecniche siano evidenti, la famiglia sottolinea che l’area d’interesse è già stata individuata, restando ora da definire le modalità operative e la strumentazione necessaria per scandagliare nuovamente la zona.
Il dramma del ponte di Mostizzolo e le ferite aperte
La vicenda della giovane professionista, allora trentunenne, ebbe inizio con il ritrovamento della sua auto, una Volkswagen T-Roc, nei pressi del ponte di Mostizzolo, luogo di confine tra la Val di Non e la Val di Sole. All’interno del veicolo i Carabinieri rinvennero solo lo smartphone, unico legame tangibile rimasto. Secondo le ricostruzioni investigative, la donna si sarebbe lanciata nel dirupo e le correnti avrebbero trascinato il corpo verso le profondità del Lago di Santa Giustina. Emanuela Pedri ha descritto come angosciante l’idea che la sorella possa essere rimasta per anni in quelle acque gelide, ma ha ribadito la convinzione che tornare a cercare significhi smuovere non solo le acque, ma anche la coscienza collettiva e l’affetto dei tanti trentini che non hanno mai dimenticato Sara.
La battaglia giudiziaria e il nodo del mobbing
Oltre alla ricerca fisica, la famiglia Pedri prosegue il proprio impegno su un binario parallelo: quello della giustizia. Al centro della questione rimane il clima vissuto da Sara all’interno dell’Ospedale Santa Chiara di Trento prima della scomparsa. Emanuela Pedri ha evidenziato come la loro sia ormai una battaglia civile affinché venga riconosciuto il reato di mobbing, ritenuto la causa scatenante del malessere della sorella. Nonostante l’assoluzione in primo grado del primario Saverio Tateo e della vice Liliana Mereu dall’accusa di maltrattamenti, la famiglia guarda con fiducia al ricorso in Appello presentato dalla Procura, interpretandolo come un segnale della solidità del materiale probatorio raccolto.
Parallelamente, la cronaca giudiziaria registra anche il versante lavorativo: l’Azienda Sanitaria Trentina è stata condannata a risarcire Saverio Tateo con 240mila euro, a seguito di una sentenza che ha giudicato illegittimo il suo licenziamento. Di fronte a questo scenario, Emanuela Pedri non arretra, ricordando le 21 parti civili costituitesi nel processo penale come testimonianza di una sofferenza condivisa che impone di continuare a resistere. Il ricordo torna inevitabilmente a quel 4 marzo di cinque anni fa quando, dopo una telefonata rassicurante avvenuta il giorno precedente, il silenzio improvviso del cellulare di Sara fece presagire ai familiari l’inizio dell’incubo che dura ancora oggi.











