San Marino. Chi potrà promuovere una pace possibile? – di don Gabriele Mangiarotti

Papa Leone, nell’Udienza di mercoledì 4 febbraio, ha ricordato al mondo l’urgenza di lavorare per la pace. Non è l’unico suo intervento, abbiamo ascoltato i suoi accorati messaggi già dal giorno della sua elezione al Soglio pontificio.

Ieri così ha detto: «Domani giunge a scadenza il Trattato New START sottoscritto nel 2010 dai presidenti degli Stati Uniti e della Federazione Russa, che ha rappresentato un passo significativo nel contenere la proliferazione delle armi nucleari. Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace. La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. E’ quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti.»

Per molti forse questa scadenza non era nota, anche se tutti noi viviamo in un clima che sembra sempre più rendere possibile lo scenario di una nuova guerra. Già Papa Francesco aveva parlato di una «terza guerra mondiale a pezzi» e questo suo avvertimento ha toccato le coscienze di molti. Ma che cosa potrà allontanare il pericolo di una nuova guerra? E teniamo conto che le guerre nel mondo sono tante, troppe, anche se le notizie che ci vengono fornite quotidianamente sono frammentarie e mettono il silenziatore su troppi eventi tragici e luttuosi.

Che fare?

Ha fatto scalpore il richiamo, rilanciato questa volta da molti media, rivolto al Convegno “One Humanity, One Planet”: «Vi invito a riflettere sul fatto che non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi. Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava a riguardo che «il più grande distruttore della pace è l’aborto». La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale.»

E spiace leggere lo «sconcerto» di fronte alla chiarezza di questo giudizio, perché esprime sia una grande ignoranza (visto che uccidere il bimbo nel grembo di una mamma non è «autodeterminazione» ma, appunto, uccisione) sia il contrario della difesa dei diritti, perché se affermare un cosiddetto diritto implica l’eliminazione di un diritto (questo sì reale) altrui, questa azione significa sopraffazione.
E mi pare che la logica della guerra sia proprio la sopraffazione dell’altro (che assume molti volti, dal massacro di popolazioni civili, alla crisi climatica che minaccia intere nazioni, mentre milioni di bambini muoiono di fame e malattie curabili).
Un amico che si occupa di Intelligenza Artificiale, spiegando i principi che rendono possibile la comunicazione tra uomo e macchina, così argomenta: «Il quarto principio, aggiunto da Leibniz alla triade aristotelica classica, è quello di ragion sufficiente: nihil est sine ratione. Nulla è senza ragione, nulla accade senza che ci sia una ragione per cui accade così e non altrimenti. Ogni fatto, ogni evento, ogni stato di cose deve avere una spiegazione sufficiente per la sua esistenza e per le sue caratteristiche specifiche… Senza di esso, il mondo diventerebbe un caos incomprensibile di fatti bruti senza connessioni, e la scienza stessa – che cerca sempre le cause e le leggi che spiegano i fenomeni – sarebbe impossibile.»

Papa Leone ci aiuta a capire la strada della pace, e la citazione di Madre Teresa è decisiva per capire quali sono le ragioni che rendono impossibile una pace autentica (per evitare che «Desertum fecerunt et pacem appellaverunt, alla lettera “fecero un deserto e lo chiamarono pace”». Del resto sarà solo una cultura amante della vita che potrà aiutare l’umanità a risolvere i suoi problemi e, da che mondo è mondo, solo quelli che sono chiamati «uomini di buona volontà» sono gli artefici di un mondo migliore e più umano. Forse un po’ di riflessione sulle questioni che hanno agitato le menti e i cuori dei nostri grandi scienziati di fronte all’uso per la guerra delle loro rivoluzionarie scoperte scientifiche potrebbe sgomberare il campo da slogan obsoleti e oscurantisti, spesso ripetuti da coloro che sono «sconcertati» dalle affermazioni del Papa.

Come vincere la guerra che l’umanità fa a se stessa? Immagino che i politici, anche i nostri, in questo drammatico frangente si pongano la domanda e tentino una risposta per un bene comune irrinunciabile. E noi?

Non è possibile cancellare questa domanda, soprattutto in un Paese come il nostro che non è mai stato dalla parte della guerra, mai.
Riprendere la lezione dei nostri maestri può essere un tassello, forse una goccia, che, come la fede piccola quanto un granello di senape può smuovere le montagne.

don Gabriele Mangiarotti