Ho letto con attenzione il comunicato del Congresso di Stato e, per quanto mi riguarda, non posso che prendere atto ancora una volta dell’atteggiamento di sistematica chiusura che da anni caratterizza la risposta delle istituzioni sammarinesi ai miei tentativi di aprire un confronto e un approfondimento serio sulla vicenda che mi riguarda in una duplice veste.
Mentre io parlo di violazione di diritti umani fondamentali, mi viene risposto di reputazione dello Stato e di tutela del sistema finanziario, come se i piani fossero corrispondenti.

Mi sorge allora una domanda: la reputazione di uno Stato può incidere sul grado di tutela giurisdizionale riconosciuto a una persona? Il livello di protezione dei diritti fondamentali dipende forse da ciò che si dice di noi, anziché dall’applicazione imparziale della legge? Perchè se così fosse, ci troveremmo di fronte a un principio incompatibile con qualsiasi Stato di diritto. E allora si confermerebbe tutto quello che si cerca di negare.
Ritengo che sia arrivato il momento di iniziare ad ammettere che forse esiste un problema nel funzionamento effettivo del sistema giudiziario sammarinese, indipendentemente dalle riforme scritte sulla carta, e che affrontarlo apertamente è nell’interesse dell’intera collettività.
Non è una minaccia alla credibilità delle istituzioni; né il mio intento è quello di screditarle, bensì quello di poter dimostrare che qualcosa che non va c’è e può essere risolto.
Nel Congresso di Stato siedono colleghi con esperienza e competenze certamente superiori alle mie, che dovrebbero interrogarsi sulla necessità di verificare quanto sta accadendo all’interno del Tribunale, anziché negare a priori che una falla nel sistema possa esistere, solo perchè coinvolge chi porta il mio cognome.
Ci tengo a sottolineare che coloro che mi hanno consentito di partecipare alla conferenza, così come coloro che sono intervenuti accanto a me o di fronte a me — e non si tratta certo di figure improvvisate — conoscevano già bene quello di cui ho parlato. Non perchè si sono fidati delle mie parole, ma perchè hanno voluto esaminare le carte ed hanno ritenuto legittimo e doveroso aprire un confronto.
Esattamente ciò che, al contrario, le istituzioni sammarinesi non hanno mai voluto fare.
Credo che la vicenda non possa più essere ridotta, come tutti pretendono, a un conflitto tra istituto bancario e privato cittadino. Perchè quando un accordo autenticato da Notaio non può essere esaminato, quando la condizione economica diventa un ostacolo insuperabile all’accesso alla giustizia, quando il diritto al soddisfacimento delle ragioni creditorie di un gruppo bancario prevale sempre sull’altrui diritto di difesa, quando l’azione penale, anziché garantire l’accertamento dei fatti, viene neutralizzata e finisce per ritorcersi contro chi denuncia, il problema non è più individuale, ma è istituzionale. Ed è motivo di seria preoccupazione il fatto che, di fronte a tutto questo, a San Marino nessuno ritenga necessario attivare strumenti di verifica.
Respingo infine, con fermezza, l’affermazione secondo cui la mia partecipazione sarebbe “singolare e contraddittoria” in ragione del mio legame familiare con fatti che, secondo il Congresso di Stato, avrebbero inciso sulla reputazione della Repubblica. Il legame di parentela non può mai costituire motivo di delegittimazione personale né, tantomeno, giustificare la negazione della tutela giurisdizionale a un cittadino.
Se davvero si ritiene che la reputazione dello Stato venga prima del diritto alla giustizia, allora il problema non è la mia denuncia pubblica, ma il modello istituzionale che si sta difendendo.
Io continuerò a chiedere confronto, trasparenza e accertamento dei fatti come dimostrabili. Non per screditare le istituzioni, ma perché credo che, come si dice, uno Stato si rafforza quando affronta i propri limiti, non quando li nega.
Avv. Francesca Maria Bacciocchi












