La vicenda dell’acquisizione delle quote di maggioranza di Banca di San Marino ha ormai superato il confine della cronaca finanziaria. Oggi è un caso politico e istituzionale, con un riflesso diretto sul percorso di associazione della Repubblica con l’Unione Europea. Ed è proprio questo intreccio a rendere il dossier BSM un rebus che San Marino non può più permettersi di sottovalutare.

Dalla banca al sistema Paese
Le indagini giudiziarie sulla procedura di cessione della partecipazione di maggioranza detenuta da Ente Cassa Faetano hanno già messo nero su bianco ipotesi pesanti: corruzione privata, amministrazione infedele e riciclaggio. Ma il vero salto di qualità arriva quando la magistratura parla apertamente di un “piano parallelo”, distinto dalla legittima difesa processuale, finalizzato – secondo gli inquirenti – a esercitare pressioni sulle istituzioni sammarinesi.
Non una strategia economica, ma un’operazione di pressione politica e reputazionale, costruita per offrire all’esterno l’immagine di una Repubblica fragile, non pienamente democratica e inaffidabile sul piano dello Stato di diritto.
Quando l’UE diventa una leva
È qui che il caso BSM smette definitivamente di essere solo bancario. Secondo quanto emerge dagli atti, il percorso di associazione con l’Unione Europea sarebbe stato evocato come strumento di pressione, fino alla minaccia – contestata dagli inquirenti – di ostacolarne o delegittimarne la conclusione positiva.
Un passaggio gravissimo, perché trasforma il dossier UE da obiettivo strategico del Paese a merce di scambio in una partita di interessi privati. E spiega perché le nuove imputazioni ipotizzate arrivino a toccare reati come l’attentato contro la libertà dei poteri pubblici e contro l’integrità stessa della Repubblica.
Il “no” agli investitori bulgari e l’effetto domino
Nel frattempo, sul piano finanziario, la Banca Centrale della Repubblica di San Marino ha detto no all’ingresso di investitori bulgari nella compagine di BSM. Una decisione tecnica, di competenza della vigilanza, che però ha innescato un effetto domino politico-mediatico.
Da quel momento, il caso ha iniziato a circolare anche fuori dai confini sammarinesi, alimentando narrazioni che collegano la vicenda bancaria alla credibilità del Paese nei confronti di Bruxelles. Un corto circuito pericoloso: perché ciò che nasce come valutazione prudenziale di un’autorità indipendente viene riletto come segnale di instabilità sistemica.
Il segnale del Congresso di Stato
Non sorprende, allora, che il Congresso di Stato sia intervenuto parlando esplicitamente di intimidazioni su procedimenti ancora in corso e ribadendo fiducia nel sostegno dei partner europei.
Un intervento che, di fatto, certifica che il livello dello scontro ha superato la dimensione interna. Tradotto: il caso BSM è diventato un dossier osservato anche fuori dal Paese, e ogni ambiguità rischia di riflettersi direttamente sul tavolo europeo.
Il nodo politico che resta aperto
Il punto, oggi, non è anticipare verdetti giudiziari. Ma una domanda politica resta inevitabile: chi ha pensato che il percorso europeo potesse essere usato come leva di pressione interna?
Perché se l’UE entra in una partita bancaria come strumento di ricatto o di narrazione distorta, il danno non riguarda una singola operazione, ma l’intero sistema Paese.
Il rebus BSM racconta questo: una banca, una cessione mancata, un’autorità di vigilanza che dice no, un’indagine che si allarga e un percorso europeo che finisce, direttamente o indirettamente, nel mirino. Un intreccio che impone una risposta chiara, non ambigua.
Perché una cosa dovrebbe essere scolpita nella pietra: l’Europa non è una clava, né una carta da giocare sotto pressione. È un percorso che si regge sulla trasparenza, sull’autonomia delle istituzioni e sulla capacità di dimostrare, con i fatti, di essere un partner credibile. Tutto il resto, nel caso BSM, rischia di diventare rumore. E il rumore, in questa fase, è il peggior nemico di San Marino.
La domanda, a questo punto, è una sola: chi ha pensato che il percorso di associazione con l’Unione Europea potesse essere tirato per la giacca in una partita bancaria e giudiziaria interna?
Perché se l’Europa diventa uno strumento di pressione, e non un obiettivo condiviso fondato su regole e trasparenza, il problema non è più Banca di San Marino. È il sistema Paese.
Walter Nicoletti Dovesi











