San Marino. Sotto il tappeto di Stato: perché il “Piano Parallelo” spaventa e l’occupazione delle Istituzioni del decennio scorso si ignora? … di Enrico Lazzari

Ventiquattro anni di prigionia. Avete letto bene: ventiquattro.

Non per un omicidio plurimo, non per una strage, non per aver rapito i Capitani Reggenti e averli tenuti in ostaggio nella Seconda Torre pretendendo un riscatto in Bitcoin. No. Per aver tentato – tentato – una scalata a una banca e per aver, secondo gli inquirenti, elaborato un “piano parallelo” volto a “offrire all’esterno una rappresentazione distorta della Repubblica e a ostacolare il percorso di associazione all’Unione Europea”.

Roba da far tremare le vene ai polsi, per carità… E ben fa il Tribunale – finalmente attento e senza le controverse inchieste selettive del “Decennio-Buriani” – ad approfondire simili e gravissime ipotesi di reato, destabilizzanti dell’economia, del benessere futuro e della celebre democrazia sammarinese. Meriterebbe un applauso il “nuovo” Tribunale, anche per il coraggiodimostrato.

Infatti, oggi, il Dirigente del Tribunale, Giovanni Canzio, non lesina: attentato contro l’integrità e la libertà della Repubblica, attentato contro la libertà dei poteri pubblici, minaccia all’autorità. Il tutto – si precisa – orchestrato “con il supporto di alcuni esponenti politici, associazioni private e uomini d’affari”.

Arresti, sequestri, misure cautelari. E, se Repubblica Futura annuncia che prenderà posizione prossimamente, se Motus Liberi si limita ad una accorata lettera alla Reggenza, Rete corre dai Reggenti chiedendo la convocazione urgente del Consiglio Grande e Generale. Poi ottenendola dalla Maggioranza

Bravi, tutti. Applausi. Il Tribunale vigila, la politica insorge, la Repubblica è salva!

LA DOMANDA SCOMODA

E io, da quel boomer rompiscatole che sono, seduto nella mia poltrona a due passi dal confine, con un caffè che ormai è freddo da un’oretta, mi pongo una domanda. Una sola. Semplice. Elementare.

Una domanda che, se avessi ancora vent’anni e l’ingenuità di credere nella giustizia irreprensibile del Commissario Basettoni, non mi porrei neppure: la Banda Bassotti non potrà farla franca! Ma ne ho qualcuno di più e di ingenuità me ne è rimasta poca, quindi, mi faccio una domanda:

Dove diavolo erano queste fattispecie penali – attentato alla libertà della Repubblica, attentato contro i poteri pubblici, associazione a delinquere finalizzata alla scalata delle istituzioni – quando, nel decennio scorso, con apice fra il 2016 e il 2019 (l’era di potere di AdessoSm), qualcuno avrebbe saccheggiato l’intero sistema finanziario sammarinese, dopo aver spazzato via per mano giudiziaria una intera classe politica, occupato “militarmente” Banca Centrale, decapitato la vigilanza, utilizzato la magistratura come un manganello e ridotto un centinaio di milioni di euro dei fondi pensione dei sammarinesi a carta straccia?

Perché, vedete, cari lettori – e cari “Sessanta” se per caso qualcuno di voi ha la compiacenza di leggermi tra un comunicato stampa e una photo opportunity -, c’è un piccolo problema di proporzioni. Oggi si contesta un tentativo. Nel decennio scorso, quel tentativo sembra essere andato a segno. E alla grande: almeno 829 milioni di euro di danni alle casse pubbliche. E contati a spanna!

Ci siamo trovati di fronte, in pratica, ad un apparente saccheggio che in troppi sembrano sperare venga dimenticato… Ma che non si può dimenticare. Così, facciamo quel “passo indietro” che tanto mi piace e che tanto infastidisce chi preferisce l’amnesia selettiva.

IN QUATTRO ATTI IL GOLPE…  CHE “NON” C’È STATO.

Correva l’anno 2008 quando iniziò a prendere forma quella che, nei trentuno capitoli della mia inchiesta su Giornale.sm (la trovate in tutti i suoi 31 capitoli cercando “Lazzari capitolo”), ho ricostruito come una progressiva, metodica, quasi chirurgica occupazione delle istituzioni finanziarie e di controllo della Repubblica.

Non un colpo di mano: un’infiltrazione lenta, paziente, capillare. Roba da manuale di intelligence, non da dilettanti allo sbaraglio. L’apparenza mi si materializza come mi trovassi di fronte ad un colpo di stato “pacifico”, bianco…

– Primo atto: si eliminano i controllori

Chi erano i primi a dover cadere? I vertici di Banca Centrale, ovviamente. Quelli che avevano la pessima abitudine di voler controllare.

Ezio Paolo Reggia, Biagio Bossone, Luca Papi – uno dopo l’altro messi in condizione di dimettersi o rimossi. Caringi, della vigilanza, colpevole imperdonabile di voler ispezionare troppo a fondo soprattutto una banca sammarinese. Gumina e Giannini, silurati nel 2015 quando un’ispezione in Banca CIS venne – guarda caso – interrotta da un’indagine lampo che decapitò nuovamente chi doveva controllare.

Una coincidenza, direte voi. Una serie di coincidenze. Un festival di coincidenze. Una sagra paesana delle coincidenze, con tanto di stand gastronomico e lotteria finale.

– Secondo atto: si piazzano gli uomini giusti

Gennaio 2016. La politica di allora – e qui torniamo al cuore del problema, pur dovendo limitarci a sottolineare che si tratta di eventuali responsabilità politiche, almeno finché un tribunale non lascerà intendere diversamente -, dopo aver eliminato i “vecchi” potenti grazie ad una indagine orchestrata dal Commissario Alberto Buriani, nomina Wafik Grais alla presidenza di BCSM. Poco dopo arriva Lorenzo Savorelli come Direttore Generale.

E con loro, come un’ombra che si allunga sul Pianello, emerge la figura di Francesco Confuorti – il finanziere lucano di Advantage Financial – che, secondo le risultanze giudiziarie successive, avrebbe iniziato a dettare l’agenda finanziaria di uno Stato sovrano come se – sì fa per dire – la Segreteria di Stato alle Finanze guidata da Simone Celli fosse il suo ufficio privato.

– Terzo atto: si blinda il sistema

Il duo Grais-Savorelli – sempre secondo quanto emerso dalle indagini – sospende il progetto della Centrale Rischi in collaborazione con Banca d’Italia.

Tradotto per i non addetti ai lavori: si spegne il faro che avrebbe illuminato i grandi debitori. In primis, quelli di Banca CIS. Perché controllare, quando è così più comodo navigare al buio?

– Quarto atto: si “fa cassa”

E qui la storia diventa tragica.

Asset Bank liquidata con motivazioni che i tribunali hanno poi definito “deboli”, per non dire insussistenti, perlomeno “illegittime” viste le risultanze processuali. La Cassa di Risparmio messa nelle mani di un CdA composto – confermerebbero le cronache – da soggetti riconducibili all’orbita Confuorti, i cosiddetti “montepaschiani”. Un “bilancio verit࣠con una perdita record di 534 milioni di euro.

Cinquecentotrentaquattro milioni… Scrivetelo su un foglio, guardatelo, e poi ditemi se il termine “saccheggio” vi sembra eccessivo o se, anzi, è un eufemismo.

E i titoli Demeter? BCSM che acquista titoli – definiti spazzatura – gestiti da Confuorti, utilizzando la liquidità della Banca Centrale, ovvero i fondi pensione dei sammarinesi, che avrebbero generato un profitto di circa 1,1 milioni di euro a favore dei privati su un’operazione da oltre 40 milioni.

I risparmi di una vita dei cittadini sammarinesi trasformati in fiches da casinò per il gioco di qualcun altro? Ma tranquilli: non ci sarebbe nessun “attentato alla libertà della Repubblica” da contestare. Sarebbe stato tutto regolare, evidentemente, almeno sul fronte politico che non ha – sono troppo prudente o ottimista? – saputo fermare quel piano, quel “golpe bianco”.

IL BRACCIO ARMATO IN TRIBUNALE

Vi sembra esagerato, da film noir parlare di golpe? Che mi dite, allora, del presunto braccio armato in Tribunale?

Perché – e qui arriviamo al punto più doloroso, quello che brucia come sale su una ferita aperta – questo sistema non avrebbe potuto funzionare senza un braccio giudiziario. E quel braccio, secondo le accuse che ne hanno determinato la rimozione dalla magistratura, aveva un nome e un cognome: Alberto Buriani, padre del “Processo Mazzini” chiuso in sentenza definitiva senza alcuna condanna eccellente… Ma anni e anni dopo.

Il Commissario della Legge Buriani non si sarebbe limitato a giudicare. Avrebbe – e lo dico usando rigorosamente il condizionale, come si deve – utilizzato l’apertura di fascicoli penali come strumento di pressione.

Un’arma silenziosa ma devastante: chi si opponeva ai piani del gruppo rischiava di trovarsi un fascicolo sulla scrivania. Chi doveva essere protetto, godeva di una sorta di corsia preferenziale giudiziaria. Emblematico il tentativo – accertato in sede processuale – di intimidire in concorso con l’ormai ex Segretario di Stato alle Finanze Simone Celli – la Presidente Catia Tomasetti proprio mentre lei stava vanificando un disperato tentativo di salvataggio di Banca CIS, o meglio dei suoi dirigenti, azionisti e responsabili.

Buriani è stato rimosso dalla magistratura. Condannato in secondo grado a quattro anni di prigione per abuso di autorità e rivelazione di segreto d’ufficio.

Quattro anni. Non ventiquattro. Quattro… Per aver trasformato il Tribunale in un’arma al servizio di interessi privati, intimidito chi cercava la verità, e garantito l’impunità a chi, secondo le indagini, stava smontando pezzo per pezzo le difese finanziarie dello Stato. Se ci trovassimo di fronte ad un classico colpo di stato di un paese sudamericano, sarebbe stato il “carro armato” delle truppe sovversive. E, per questo, ha un processo in corso per una “semplice” associazione a delinquere

LA DOMANDA-MACIGNO

E la domanda, a questo punto, diventa un macigno: se un magistrato può essere rimosso e condannato per aver abusato del suo potere al servizio di questo sistema, come è possibile che il sistema stesso – nella sua eventuale dimensione politica – non sia mai stato oggetto di contestazioni o approfondimenti penali di pari gravità?

Come è possibile che nessuno, tra chi ha firmato le nomine, tra chi avrebbe scritto i decreti a “quattro mani” con Confuorti e tra chi poi li ha votati (ratificati); tra chi ha coperto le operazioni, tra chi ha girato la testa dall’altra parte con la disinvoltura di chi non vede l’elefante nel salotto… Come è possibile – dicevo – che nessuno di costoro si sia mai visto contestare un “attentato contro la libertà dei poteri pubblici”, o perlomeno aprire una indagine in tal senso?

Intendiamoci: io non sono un giudice e neppure un esperto del Foro. Non emetto sentenze. Non ho la toga, non ho il martelletto, e se li avessi probabilmente li userei per appendere quadri.

Ma sono un commentatore per passione, o almeno voglio credere di esserlo, dopo gli anni passati a fare il giornalista, ai tempi in cui questo mestiere significava ancora qualcosa e quando seguire con attenzione il primo grado del Processo Mazzini mi faceva avere paura ogni volta che varcavo il confine della Repubblica…

Un “commentatore per passione” ha anche il compito di fare domande. Domande scomode. Domande come queste, che puzzano di zolfo nei corridoi del Palazzo.

E la domanda “principe” è questa: se le fattispecie penali contestate oggi sono applicabili a chi ha tentato di scalare BSM e condizionare la politica, perché non lo sono state per chi, nel decennio scorso, sembra aver fatto esattamente la stessa cosa, ma con successo, in scala enormemente più grande, e con conseguenze devastanti per ogni sammarinese?

Provo a immaginare la risposta. Anzi, le possibili risposte. E nessuna mi piace.

Prima risposta: “Non ci sono prove“. Davvero? Abbiamo un ex Commissario della Legge condannato per aver abusato del suo potere al servizio di questo sistema. Abbiamo sentenze che parlano di nomine controverse, di operazioni finanziarie al limite del criminale, di controllori eliminati e sostituiti con uomini compiacenti. Abbiamo 534 milioni di euro evaporati dalla Cassa di Risparmio e fondi pensione spariti nel nulla. Non ci sono indizi? O non c’è la volontà di cercarli?

Seconda risposta: “Erano responsabilità politiche, non penali”. Ah. Quindi se un finanziere esterno detta l’agenda finanziaria di uno Stato sovrano, se la Banca Centrale viene trasformata in una succursale di interessi privati, se i controllori vengono eliminati uno dopo l’altro con la precisione di un cecchino, se i fondi pensione dei cittadini vengono utilizzati come fiches da casinò, tutto questo, non rientra neppure nelle eventuali – e gravi – “responsabilità politiche”? Curioso. Perché oggi, per un tentativo di scalata a BSM, si contestano doverosamente reati contro lo Stato che vedrebbero coinvolti politici.

Terza risposta: Non si può riaprire tutto”. Ecco. Questa è la mia preferita. La risposta del tappeto. “Non si può riaprire tutto perché bisogna guardare avanti, perché il Paese ha bisogno di serenità, perché non possiamo vivere di processi”. Bellissimo. Nobilitante. Quasi commovente. Peccato che questo principio, evidentemente, non valga – per fortuna e giustamente – per il sospetto “Piano Parallelo” di oggi.

Quarta risposta, quella che nessuno dice ma tutti pensano: “Sotto quel tappeto ci sono nomi che ancora contano”. Eccola. E’ questa la verità che nessuno ha il coraggio di pronunciare ma che tutti sembrano conoscere?

IL PRESENTE E IL PASSATO

Ma torniamo al presente. Al “Piano Parallelo”. Agli arresti di questi giorni. Ai ventiquattro anni di prigione ipotizzati.

Come avrete compreso io non discuto la gravità dei fatti contestati, né – anzi, applaudo – intendo sminuire o ostacolare l’azione odierna di una coraggiosa e finalmente attenta magistratura. Se qualcuno ha davvero tentato di scalare una banca, corrompere, riciclare, e poi – ciliegina sulla torta – ostacolare il percorso europeo di San Marino per costringere le istituzioni a trattare, ebbene, è doveroso che la magistratura approfondisca, indaghi con tutta la forza necessaria.

Le istituzioni si difendono. Lo Stato si protegge. Bene. Benissimo.

Ma allora – e qui il caffè me lo rifaccio caldo, perché questa domanda merita un sorso consapevole – perché la stessa determinazione, la stessa ferocia istituzionale, gli stessi reati contro lo Stato non sono stati “cercati” in chi, nel decennio scorso, mi sembra – da profano del Foro – aver fatto esattamente la stessa cosa, ma in scala enormemente più grande, più profonda, più devastante, più impattante sul benessere di ogni sammarinese?

Perché “attentato contro l’integrità e la libertà della Repubblica” va bene oggi, per una tentata scalata a BSM, ma non andava bene ieri, quando qualcuno sembra aver scalato – per di più con successo – l’intera Banca Centrale, la vigilanza, l’amministrazione della Giustizia (almeno in parte) e, per estensione, lo Stato?

Perché “attentato contro la libertà dei poteri pubblici” si contesta doverosamente oggi a chi avrebbe cercato di condizionare le autorità, ma non si è contestato ieri a chi – secondo le risultanze processuali, seppure ancora parziali – le autorità le avrebbe direttamente sostituite – vista l’inchiesta di Elisa Beccari – con i presunti sodali di una vera associazione a delinquere?

Perché oggi i politici coinvolti nel “Piano Parallelo” vengono giustamente evocati nel comunicato del Tribunale come presunti complici, ma ieri i politici che hanno firmato le nomine, votato i decreti e non ostacolato a dovere il “piano criminoso” sono rimasti nell’ombra, intoccati, intonsi, come figurine in un presepe che nessuno osa spostare?

IL TAPPETO PERSIANO

La risposta, temo, potrebbe essere semplice. Banale. Quasi offensiva nella sua ovvietà. E sta tutta in una metafora domestica: il tappeto…

C’è un tappeto, a San Marino. Un tappeto grande, bellissimo, probabilmente persiano, steso nei corridoi del Palazzo. Sotto quel tappeto, negli anni, è stata spazzata tutta la polvere che non si voleva vedere. Le responsabilità politiche del decennio perduto. Le nomine compiacenti. I silenzi complici. Le carriere costruite sulle macerie altrui. I fondi pensione evaporati. I controllori eliminati. I magistrati complici e quelli piegati.

Tutto sotto il tappeto. Con cura. Con metodo. Con la stessa precisione chirurgica con cui il sistema era stato costruito.

E oggi, mentre il Tribunale giustamente alza la voce su BSM e, soprattutto, sul “Piano Parallelo”, quel tappeto resta lì. Nessuno lo solleva. Nessuno ci guarda sotto. Nessuno vuole sapere cosa c’è. Perché – vien da pensare, a pensar male – sotto quel tappeto ci sono nomi che ancora contano, facce che ancora si vedono, carriere che ancora prosperano. E sollevarlo significherebbe ammettere che la Repubblica, per anni, è stata – forse – in mano a qualcuno che non aveva alcun diritto di tenerla.

COSA CHIEDO E COSA MERITANO I SAMMARINESI

Non chiedo condanne. Non chiedo gogna. Non chiedo che si ripeta l’errore del giustizialismo da Social Network, che trasforma ogni indagato in un colpevole e ogni assoluzione in un complotto. L’ho scritto nel 2014 (leggi qui) e non ho cambiato idea: la presunzione di innocenza è un principio sacro, anche quando costa.

Ma chiedo coerenza.

Chiedo che, se oggi il Tribunale ritiene che tentare di scalare una banca e condizionare la politica meriti l’accusa di “attentato contro l’integrità della Repubblica”, con pene fino a ventiquattro anni, allora qualcuno mi spieghi – con calma, con garbo, con un bel sorriso istituzionale – perché lo stesso metro, a suo tempo, non è stato applicato a chi, nel decennio scorso, sembra aver fatto la stessa cosa moltiplicata per dieci.

Chiedo che qualcuno, in quell’Aula consiliare dove ho visto andare in scena di tutto, abbia il coraggio di sollevare quel tappeto. Di guardare cosa c’è sotto. Di fare i nomi. Di chiedere conto.

Non per vendetta. Non per regolamento di conti. Ma perché un Paese che vuole rapportarsi con l’Europa e con il mondo non può farlo con uno scheletro nell’armadio grande come il Palazzo Pubblico. E soprattutto perché i sammarinesi – quelli veri, quelli che lavorano, pagano le tasse, crescono i figli e hanno visto i propri fondi pensione trasformarsi in coriandoli – meritano di sapere. Meritano la verità. Tutta. Non solo quella che conviene raccontare.

IL CAFFÈ FREDDO

Il caffè, ormai, è di nuovo freddo. Ma la domanda resta calda. Caldissima. E resterà lì, in attesa di una risposta, fino a quando qualcuno non avrà il coraggio – o l’onestà – di darla.

Ammesso che ce l’abbia, quel coraggio. Ammesso che ce l’abbia, quell’onestà… Ammesso che almeno una Commissione di Inchiesta sulle “responsabilità politiche” della devastazione economica e del Diritto del decennio scorso, qualcuno a Palazzo, abbia le “palle” di proporla!

Almeno, poi, i sammarinesi potranno vedere chi avrà il coraggio di votarle contro!

Enrico Lazzari