Il Parlamento Europeo ha approvato un rapporto interlocutorio sull’Accordo di Associazione con Andorra e San Marino con 552 voti favorevoli, 24 contrari e 75 astensioni. È un segnale politico, ma, ma non è la ratifica finale e non conclude l’iter. Da qui in avanti contano i governi, conta il Consiglio, contano le ratifiche degli Stati membri e lì non si scherza, perché basta che un Paese voglia rallentare, mettere condizioni o fare muro e la musica cambia.
Quello che è emerso merita di essere spiegato con chiarezza… Secondo quanto riportato, gli eurodeputati bulgari non hanno sostenuto il voto, tra astensioni e contrari si sono mossi tutti nella stessa direzione. A mio avviso è un segnale politico. E nelle ricostruzioni giornalistiche questo segnale viene collegato alla vicenda dell’investitore e un’operazione bancaria non andata a buon fine, con un deposito da 15 milioni di euro che, secondo quanto riportato, è stato oggetto di sequestro, e un’indagine che, secondo quanto riportato, ha ampliato il perimetro delle contestazioni, ma ogni valutazione in merito spetta esclusivamente alle sedi competenti.
Il governo sammarinese ha comunicato la decisione di costituirsi parte civile nel procedimento. Ma un caso del genere può diventare, nei fatti, un elemento di pressione politica nel momento delle ratifiche.
Dentro casa nostra, però, il problema è ancora più serio, perché mentre fuori si muovono dinamiche politiche e possibilità di rallentamenti, qui si procede senza che, nelle percezione di molti, tutto sia chiaro e condiviso. La parola Europa, nell’immagine di molte persone, è la paura di un sistema enorme che pretende regole, controlli, procedure e tempi che un micro-Stato può faticare a reggere.
Si ripete che non è adesione, è associazione. Va bene, è vero. Però nella sostanza quotidiana, quando si parla di associazione al mercato unico, si parla di recepimento normativo, si parla di cambi operativi, si parla di allineamento di regole, si parla di capacità amministrativa, si parla di vigilanza, si parla di standard, si parla di controlli. A molti cittadini che devono lavorare, pagare, aprire un’attività, esportare o semplicemente capire dove stanno andando le cose, cambia poco il nome, conta l’impatto che non si può spiegare un accordo di migliaia di pagine in modo adeguato con un opuscolo troppo breve e con messaggi semplificati. E alla fine concludere con, o accordo o isolamento. Fin ora come abbiamo fatto a svilupparci?
E c’è anche un dato politico interno che non si deve ignorare. L’ultima consultazione popolare sull’adesione all’Unione Europea non ha dato un mandato netto. Nel 2013 il referendum non raggiunse il quorum e tra i voti validi il Paese era praticamente spaccato a metà. Questo indica che, San Marino non ha mai avuto, su questo tema, un mandato popolare ampio e inequivoco.
Quindi chi oggi porta avanti questo accordo, ha la responsabilità di essere deve essere tecnico e trasparente. Deve mettere sul tavolo costi, tempi, apparati necessari, personale, sistemi informatici, impatto sulle imprese, impatto sulla pubblica amministrazione, scenari realistici, tutele effettive e margini negoziali veri. Se oggi si è arrivati al punto che molti cittadini dicono non abbiamo capito, la comunicazione va rafforzata.
Ora si entra nella fase in cui gli Stati membri dovranno dire sì o no, e non è affatto scontato che tutti dicano sì senza condizioni, soprattutto se nel frattempo emergono condizioni, richieste o rallentamenti in sede politica.
Maurizio Tamagnini












