Si chiude con una formula liberatoria totale la vicenda giudiziaria che vedeva coinvolte due donne residenti a Rimini, rispettivamente di 60 e 39 anni, finite a processo con le pesanti accuse di estorsione e tentata estorsione. Nella giornata di oggi, giovedì 12 febbraio 2026, il giudice Andrea Falaschetti del Tribunale di Milano ha pronunciato una sentenza di assoluzione piena perché il fatto non sussiste, smontando definitivamente l’impianto accusatorio costruito su denuncia di un noto imprenditore brianzolo di 85 anni, figura di spicco nel settore dei centri commerciali.
La disputa legale ruotava attorno a ingenti somme di denaro, circa un milione di euro, che l’anziano patron sosteneva di aver versato nel tempo per garantire il silenzio su una vecchia relazione extraconiugale. Tra i passaggi economici contestati figurava anche il pagamento di 450 mila euro destinati all’acquisto di una villa. Tuttavia, la linea difensiva sostenuta dai legali Piero Venturi, Matteo Miniutti e Mario Barberini ha convinto la corte della natura non criminale di tali elargizioni, inquadrandole in un contesto relazionale ben più complesso di quanto ipotizzato dall’accusa.
Le evidenze emerse durante il dibattimento hanno mostrato come, almeno fino al 2020, i rapporti tra l’imprenditore e la trentanovenne — indicata come sua figlia non riconosciuta — fossero costanti e caratterizzati da promesse di lasciti ereditari. Inoltre, è stato appurato che l’uomo avesse continuato a mantenere contatti frequenti con la madre della donna. Un elemento decisivo nel delineare il quadro familiare è giunto dal fronte civile: parallelamente al processo penale, il Tribunale di Milano ha infatti riconosciuto ufficialmente il legame di genitorialità tra l’ottantacinquenne e la figlia, nonostante il rifiuto categorico dell’imprenditore di sottoporsi all’esame del Dna.
La storia affonda le sue radici negli anni Ottanta, periodo in cui l’uomo e la donna si conobbero per la prima volta a Campione d’Italia, dando inizio a un legame i cui strascichi giudiziari si sono trascinati fino a oggi. Con la decisione odierna, i giudici milanesi hanno stabilito che i flussi finanziari e le richieste avanzate dalle due donne non hanno mai configurato un ricatto, ma rientravano nelle dinamiche di un rapporto familiare e affettivo durato decenni.












