San Marino, la Repubblica sanitaria del Facente Funzione: tra illusioni romane e bandi fantasma … di Enrico Lazzari

C’è un’aria pesante nei corridoi dell’ISS, un’aria che sa di polvere sollevata dai troppi tappeti scossi tardi e male. Mentre la politica si affanna a tagliare nastri e a sorridere davanti agli obiettivi, la realtà dell’Ospedale di Stato racconta una storia diversa: quella di un sistema che non riesce a risollevarsi dalla deriva in cui si è cacciato fino alla gestione Ciavatta-Bevere. Dissanguato, verrebbe da dire, ricordando i decenni addietro quando i sammarinesi avevano gratis anche “l’Aspirina”, vittima di gestioni passate di chi sembrerebbe aver preferito il glamour delle passerelle romane alla sostanza del servizio pubblico.

Non ci credete? Ricordate il roboante annuncio di fine 2023. Ricordate i flash e i comunicati trionfali sull’intesa della Sanità biancazzurra per formare nuovi medici presso l’Università Cattolica di Roma, con tanto di posti riservati per aspiranti dottori del Titano? All’epoca il Direttore Generale Francesco Bevere “trascinando” – nonostante le perplessità che circolavano nella Segreteria alla Sanità – il Segretario di Stato Mariella Mularoni, si recò a Roma, fin nella sede della Cattolica, per firmare un accordo “storico”. Peccato che, spenti i riflettori, a due anni di distanza, quel “tappeto rosso” romano non lo abbia calcato neppure un sammarinese! Motivo? Una retta annuale da oltre 17.000 euro.

Una cifra da università privata per “non-EU” che ha reso quel “privilegio”, presentato in “pompa magna”, un guscio vuoto. Nessun sammarinese si è presentato, e non c’è da stupirsi: chi ha pianificato l’accordo ha forse scambiato le famiglie sammarinesi per dinastie di Abu Dhabi. Un flop clamoroso che oggi, viste le problematiche dell’ISS, torna a galla come un monito: la propaganda non cura i malati, e non crea nemmeno nuovi medici.

Ma se la formazione dei medici del futuro è un miraggio costoso, la gestione di quelli presenti è un labirinto kafkiano. La sanità sammarinese, oggi, nonostante i “cerotti” che ha saputo mettere l’attuale gestione politica, la Segreteria di Stato Mularoni per intenderci, la “Repubblica del Facente Funzione”. Fateci caso: pilastri fondamentali come le UOC di Oncologia, Chirurgia, Cardiologia e Terapia Intensiva sono tutte rette da primari, direttori “a termine”. Professionisti in gamba, sia chiaro, ma che vivono nel limbo di chi sa che il proprio incarico scade col prossimo bando, ammesso che qualcuno lo vinca e, soprattutto, poi, decida di restare. Perché il vero problema è che i medici “scappano” e si pensionano, e i bandi di concorso per coprire i buchi in svariati reparti suonano ormai come grida d’aiuto nel deserto.

E poi c’è il capolavoro della burocrazia creativa: i doppi incarichi. Esistono atti organizzativi che parlano chiaro, fin dai tempi della rimozione della Zoffoli, ormai un lustro fa: il Direttore del Dipartimento Ospedaliero non potrebbe fare anche il Direttore di una UOC interna. Incompatibilità? Conflitto di interessi? Macché. Sul Titano abbiamo inventato la “Deroga Legale”. Si procede di “facente funzione” e si supera così l’incompatibilità sancita nell’Atto Organizzativo. Il Direttore del Dipartimento Ospedaliero è “facente funzione” da cinque anni… Sembra stabilizzata l’instabilità!. Prima Landolfo, che poi ha preferito l’aspettativa, ora Donati, che riveste anche il ruolo di Direttore UOC… Quando arriverà il bando?

Questa palude organizzativa non sembra nata per caso. Sembra avere radici profonde nelle scelte del duo Bevere-Ciavatta, quando sembra essersi creato un sistema dove l’eccezione diventa regola e dove chi vince un concorso preferisce di non accettare l’incarico conquistato…

Mentre si aspetta che i “facenti funzione” diventino direttori “veri” e stabili, o che i bandi portino forze fresche, i cittadini restano a guardare. Forse sarebbe il caso di smettere di cercare soluzioni glamour a Roma da 17mila euro l’anno e iniziare a risolvere il “gran casino” che ci si ritrova. Perché la salute non aspetta i tempi dei  bandi fantasma e nemmeno le deroghe.

Enrico Lazzari