Cronaca. Esteri, Trump sfida su due fronti: nucleare iraniano e nodo armi a Taiwan

La diplomazia statunitense si muove su un doppio binario ad alta tensione, spaziando dal Medio Oriente all’Estremo Oriente. Il Presidente degli Stati Uniti ha delineato oggi, direttamente a bordo dell’Air Force One, le priorità dell’agenda estera, concentrandosi sull’avvio dei negoziati con Teheran e sulle delicate decisioni riguardanti le forniture militari a Taipei.

Il tavolo di Ginevra e l’avvertimento a Teheran

Proprio nella giornata odierna hanno preso il via in Svizzera i colloqui indiretti sul nucleare tra gli emissari di Washington e quelli della Repubblica Islamica. Il tycoon ha confermato che seguirà l’evoluzione del confronto in prima persona, seppur a distanza, definendo questo passaggio diplomatico cruciale per la stabilità internazionale. Secondo l’inquilino della Casa Bianca, l’Iran avrebbe la necessità e la volontà di giungere a un’intesa, ma ha lanciato un monito chiaro: qualora l’accordo non venisse raggiunto, il Paese mediorientale si troverebbe ad affrontare conseguenze che sarebbe meglio evitare.

Il braccio di ferro con Pechino

Parallelamente, si scalda il fronte asiatico. Il Presidente ha rivelato di essere prossimo a una decisione definitiva sull’invio di nuovi armamenti a Taiwan, un tema che ha scatenato la reazione di Pechino. Il leader cinese Xi Jinping, durante una recente conversazione telefonica, avrebbe infatti ammonito gli Stati Uniti chiedendo lo stop alle forniture militari verso l’isola e invocando rispetto reciproco. Nonostante le divergenze, Trump ha ribadito di mantenere buoni rapporti con la controparte cinese, con cui è previsto un vertice faccia a faccia il prossimo aprile a Pechino.

La crisi cubana

A margine delle questioni globali, il Presidente ha toccato anche il tema della crisi a Cuba, definendo l’isola una nazione ormai al collasso a causa del blocco petrolifero. La situazione, monitorata dal Segretario di Stato Marco Rubio, vede il paese caraibico paralizzato dalla mancanza di carburante, tanto da compromettere persino il traffico aereo. Per Washington, l’unica via d’uscita per l’Avana resta la stipula di un nuovo accordo per arginare l’emergenza umanitaria.