San Marino. Commissione Consiliare Riforme istituzionali: individuazione di obiettivi di lavoro riguardanti il ruolo del Consigliere e del Consiglio Grande e Generale – Martedì 17 febbraio mattina. Report by AskaNews

Nella mattina di martedì 17 febbraio, la Commissione Speciale per le riforme istituzionali si sofferma sull’individuazione di obiettivi di lavoro riguardanti il ruolo del Consigliere e del Consiglio Grande e Generale. 

Guerrino Zanotti (Libera) parte dal presupposto che il Consiglio abbia progressivamente perso quella posizione preminente che dovrebbe caratterizzarlo come organo legislatore e di indirizzo dell’Esecutivo e individua alcune criticità strutturali. Sottolinea che il ruolo del consigliere non deve diventare una professione vera e propria, ritenendo che una piena professionalizzazione non sia consona alle dimensioni del Paese, ma evidenzia al tempo stesso la necessità di un supporto tecnico, informativo e formativo più solido, capace di rafforzare la preparazione della classe politica. Secondo Zanotti, occorre anche garantire maggiore autonomia ai consiglieri nell’accesso alle informazioni, perché gli strumenti attuali, come interpellanze e interrogazioni, rischiano di diventare lenti e quindi poco efficaci quando servono risposte rapide. Propone di riformarli ispirandosi, ad esempio, al modello del question time italiano, che consente risposte in tempi molto brevi, e insiste sul potenziamento del lavoro delle Commissioni consiliari permanenti, considerate il vero luogo di formazione e modifica dei testi normativi. In questo quadro chiede di perimetrare con maggiore precisione le deleghe al Congresso di Stato per l’adozione dei decreti delegati, fissando tempi certi e un controllo più strutturato da parte delle Commissioni prima della ratifica finale in Aula. Invita inoltre a migliorare il rapporto tra Congresso di Stato e Consiglio, ipotizzando una delega specifica ai rapporti con l’Aula per rendere più fluido lo scambio informativo sui progetti di legge in preparazione. Tra le suggestioni avanzate vi è anche quella di rendere più snelle alcune fasi dei lavori, come la prima lettura dei progetti di legge, valutando la possibilità di non prevedere il numero legale in assenza di votazioni, così da velocizzare l’iter. 

Manuel Ciavatta (PDCS) interviene concentrandosi soprattutto sulle condizioni operative dei consiglieri ricordando le lunghe sedute protratte fino a notte fonda e sottolineando che il ruolo, pur centrale per il Paese, non è strutturato come un lavoro vero e proprio. Condivide l’impostazione di Zanotti nel rifiutare una piena professionalizzazione, affermando di essere convinto che non si debba “farlo diventare un lavoro” per evitare il rischio di attaccamento alla poltrona, ma propone una semiprofessionalizzazione come possibile punto di equilibrio. Nella sua visione ciascun consigliere potrebbe mantenere il proprio impiego, lavorando part-time al mattino e dedicando il pomeriggio in modo strutturato all’attività consiliare, con un’organizzazione più ordinata delle sedute e delle Commissioni. Porta l’esempio di Andorra, dove esiste un modello misto tra parlamentari part-time e full-time, ma mette in guardia dal rischio di ridurre il numero dei membri dell’Aula, perché concentrare il potere in poche mani potrebbe esporre maggiormente a condizionamenti. Per Ciavatta l’obiettivo è trovare una formula che migliori la qualità e la produttività del lavoro consiliare senza stravolgere l’equilibrio istituzionale, superando l’attuale condizione di “pseudo-volontariato” che, a suo giudizio, indebolisce la consistenza reale del ruolo parlamentare rispetto a un Congresso di Stato e a una magistratura che operano a tempo pieno. 

Luca Lazzari (PSD) chiarisce subito che il problema non è di rappresentatività, bensì di efficienza e di equilibrio tra poteri. A suo giudizio si è creato uno squilibrio marcato tra Consiglio e Congresso di Stato, aggravato da un’infrastruttura tecnica insufficiente a supportare l’attività legislativa. Lazzari sottolinea che l’Esecutivo può contare sull’apparato amministrativo nella fase di elaborazione dei testi, mentre l’Aula interviene spesso solo alla fine, quando i margini di correzione sono più stretti. Sul versante della decretazione evidenzia deleghe troppo generiche e difficoltà di intervento su decreti già in vigore, proponendo di definire meglio principi e criteri direttivi e di prevedere un parere obbligatorio della Commissione competente prima dell’emanazione definitiva. Insiste inoltre sulla necessità di dare maggiore centralità alle Commissioni, utilizzando più spesso la sede redigente per le leggi tecniche e riservando all’Aula la discussione politica generale e l’approvazione finale. Tocca anche il tema della composizione sociale dell’Aula, osservando che oggi i lavoratori del settore privato risultano penalizzati da compensi bassi e carichi di lavoro elevati, con il rischio di restringere di fatto l’accesso all’esperienza parlamentare. 

Fabio Righi (D-ML) condivide l’esigenza di valorizzare le Commissioni, ma osserva che oggi tutta l’attività politica, normativa e perfino il dibattito sull’attualità si concentra esclusivamente nell’Aula, trasformando anche momenti come il comma comunicazioni in lunghi confronti generali. A suo avviso, senza un meccanismo di part-time o una soluzione mediana che consenta a chi fa politica di dedicare tempo reale allo studio e all’elaborazione fuori dalle sedute, la dilatazione dei tempi continuerà. Sottolinea inoltre che la mancanza di confronti preventivi sui provvedimenti costringe a consumare in Aula il tempo di analisi e metabolizzazione politica, con inevitabili rallentamenti. Invita a distinguere il momento del confronto politico da quello strettamente legislativo, anche attraverso strumenti come il question time, e mette in guardia dalla trasformazione del Consiglio in una sorta di talk show. Infine invita alla prudenza su eventuali modifiche numeriche del Consiglio o del Congresso di Stato, ricordando che l’attuale assetto a sessanta membri è frutto di un equilibrio storico. 

Denise Bronzetti (AR) parte da un dato che definisce ormai riconosciuto, cioè la perdita di equilibrio tra Consiglio e Congresso di Stato, e invita la Commissione ad arrivare a proposte il più possibile condivise sul ruolo del consigliere. Richiama esplicitamente i rapporti del GRECO, ricordando che per due volte l’organismo internazionale ha scritto che occorre intervenire affinché il ruolo del consigliere diventi un lavoro, e afferma con chiarezza che non si possono evocare gli organismi internazionali solo quando conviene. Condivide l’esigenza di rafforzare le Commissioni ma, rispetto alle richieste di ampliarne i membri, suggerisce piuttosto meccanismi di sostituzione per i gruppi più piccoli, così da evitare vuoti di rappresentanza. Insiste infine su un punto cruciale: il tempo della politica non coincide solo con le ore formali in Aula, ma comprende lo studio e la preparazione, oggi spesso compressi. Sul vincolo di mandato si dichiara contraria a modificarlo, ritenendo che la scelta dei sistemi democratici non sia casuale, pur ammettendo la necessità di riflettere su cosa accade quando un consigliere abbandona il proprio gruppo. 

Secondo Mirko Dolcini (D-ML) non è più il caso di chiedersi se la politica debba essere professionalizzata: “per me va professionalizzata”, afferma, lasciando aperta solo la discussione tra forma piena o semiprofessionale. Sostiene che la questione non è solo economica ma di dignità del ruolo e che le regole attuali avevano senso quando il Consiglio si riuniva tre pomeriggi al mese, non con l’intensità odierna. Respinge l’idea che chiedere un emolumento adeguato sia moralmente sospetto e richiama anch’egli il GRECO, evidenziando come la professionalizzazione abbia anche una funzione anticorruzione: riconoscere un compenso congruo non significa distribuire privilegi, ma ridurre rischi e rafforzare le garanzie. Professionalizzare, conclude, non significa solo stipendi più alti ma migliorare la qualità della politica, dedicare più tempo e più cura al lavoro, superando quella che definisce una visione romantica e volontaristica non più aderente alla realtà. 

Iro Belluzzi (Libera) sottolinea che la qualità passa inevitabilmente anche attraverso remunerazioni dignitose, perché altrimenti intere fasce sociali e professionali rinunciano a candidarsi, lasciando il Consiglio privo di competenze preziose. Tuttavia invita a non isolare il tema economico dal quadro generale e richiama l’impostazione di Guerrino Zanotti, ribadendo che ogni nodo deve essere affrontato in modo organico e concatenato. Inserisce la discussione nel contesto più ampio dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea e del futuro recepimento delle normative europee, affermando che la qualità del sistema normativo diventa centrale per la credibilità internazionale del Paese. Se il Consiglio rappresenta il potere legislativo, sostiene, allora dignità, strumenti e organizzazione devono essere coerenti con questa responsabilità. La professionalizzazione non è per lui il punto di arrivo ma una componente di un progetto più ampio che riguarda ruolo, funzionalità e qualità della produzione normativa. Avverte che concentrarsi su singoli aspetti senza una visione d’insieme rischia di non produrre risultati concreti e richiama la necessità di una “giusta commisurazione” tra oneri e onori del mandato, così da garantire condizioni effettive di lavoro. 

Nel dibattito interviene Emanuele Santi (Rete), che riporta la posizione del suo gruppo partendo da una priorità molto netta: prima ancora di discutere in astratto di status e remunerazione, la Commissione deve intervenire con urgenza sulla decretazione. A suo giudizio è proprio l’uso esteso dei decreti, fondati su deleghe troppo ampie e poco definite, ad aver inciso maggiormente sulla perdita di centralità del Consiglio Grande e Generale. Sul tema della professionalizzazione Santi ricorda che già nel 2013 Rete aveva presentato un progetto di legge, affrontando il tema apertamente e proponendo allora anche la riduzione dei consiglieri da 60 a 30. Oggi però il gruppo ritiene che mantenere il numero a sessanta garantisca maggiore pluralità e renda più difficile il controllo da parte di gruppi di potere, perché “è più semplice controllare 30 persone che 60”. Introduce poi con decisione il tema della rappresentanza sociale, evidenziando come nel Consiglio siano quasi assenti i lavoratori del settore privato: su sessanta consiglieri, sostiene, solo tre provengono da quel mondo, in un Paese che conta migliaia di dipendenti privati. Rete si dichiara favorevole a una semiprofessionalizzazione, ma chiede un’analisi rigorosa dei costi e un principio di neutralità rispetto al bilancio dello Stato. Una semiprofessionalizzazione, nella sua impostazione, dovrebbe servire a garantire maggiore preparazione e qualità, non privilegi. Affronta poi il tema del vincolo di mandato, ritenendo difficile introdurlo, ma segnala una distorsione: oggi il consigliere che lascia il partito porta con sé anche la quota variabile del finanziamento pubblico. 

Di seguito una sintesi dei lavori 

20260217 – Commissione Consiliare Riforme istituzionali – Report martedi 17 febbraio mattina