Mentre il mondo trattiene il respiro per i venti di guerra tra USA e Iran, quassù sul Monte c’è chi preferisce dedicarsi a uno sport antico e seguitissimo: il suicidio reputazionale assistito.
San Marino, si sa, ha una capacità quasi mistica di accogliere con il tappeto rosso “salvatori” e manager dai profili scintillanti, per poi ritrovarsi puntualmente a gestire i cocci di figuracce internazionali che si potevano evitare con la stessa fatica con cui si legge, oggi, il sussidiario di quando frequentavamo le scuole elementari. La più inverosimile parte di questa commedia dell’assurdo ha un nome e un cognome che ormai riecheggiano ben oltre i confini di Dogana e Chiesamuova: Augusto Coriglioni.
Stando a quanto riportato con insistenza dalle cronache sammariensi e non solo, la vicenda rasenta il grottesco. Abbiamo un manager che a Doha, nel lussuoso Qatar, avrebbe deciso di giocare a fare il “piccolo console”, con tanto di targa in ottone affissa alla propria abitazione e con tanto di sgargiante stemma della Repubblica, come se fosse un fregio nobiliare privato. Una “diplomazia creativa” che non ha fatto saltare di gioia le autorità del Qatar, le quali – con la nota spigolosità del deserto – sarebbero intervenute per rimuovere l’insegna abusiva e aprire un fascicolo locale per usurpazione di funzioni diplomatiche. Pare addirittura, secondo i rumors, che il protagonista della vicenda si sia spinto a dichiararsi cittadino sammarinese davanti alle autorità locali, venendo smentito dai registri nel tempo di un battito d’ali.
Ma il vero capolavoro non è l’ambizione di chi cerca fortuna nel Golfo, quanto la memoria corta di chi siede a Palazzo. Vedere oggi i vertici di Repubblica Futura agitarsi nervosi, presentando interpellanze cariche di sdegno e chiedendo “chi protegge chi”, è uno spettacolo che meriterebbe il biglietto pagato.
Cari campioni di smemoratezza selettiva, prima di lanciare strali e seminare sospetti dovreste fare pace con i vostri archivi. Perché se il “fantasma di Doha” ha potuto muovere i primi passi con una parvenza di ufficialità – come ha ricordato a chiare lettere Alleanza Riformista – non lo si deve a un intervento divino, ma a quel celebre “mandato esplorativo” del 2019, firmato dall’allora Segretario Nicola Renzi, oggi capogruppo di Repubblica Futura.
Fu quella firma a dare a Coriglioni la “giustificazione” – o il pretesto – per accreditarsi presso uffici pubblici e banche locali, usando carta intestata sammarinese come fosse un lasciapassare universale.
Vedere RF urlare allo scandalo, quindi, è come guardare qualcuno che incendia una tenda e poi chiama i vigili del fuoco lamentandosi del fumo. È un boomerang politico che viaggia con precisione millimetrica.
Sul fronte giudiziario, la prudenza è d’obbligo. Sappiamo che la magistratura sammarinese ha aperto un fascicolo per usurpazione di titoli, ma le cronache ci raccontano di un’archiviazione parziale arrivata in tempi record — quella che i media hanno già ribattezzato “archiviazione lampo”, poi oggi in attesa della definizione del fascicolo prima che sulla vicenda calasse il silenzio tombale… Un “non luogo a procedere” che lascia nell’aria più domande che risposte, specialmente ora che emergono dettagli inquietanti sulle attività economiche del manager sul Titano: sedi legali che – si legge in qualche resoconto giornalistico – corrisponderebbero a buchette delle lettere impolverate. Uffici che, quindi, come operatività reale, sembrano esistere solo sulla carta, per dare una vernice di legalità a operazioni finanziarie finite oggetto di approfondimento da parte della Magistratura.
A che punto sono le indagini su queste società? A che punto è il procedimento Perché se è vero che il Qatar ha trasmesso un rapporto formale documentando l’uso improprio di documenti sammarinesi, questa vicenda non può e non deve finire a tarallucci e vino. La richiesta di chiarezza e di aggiornamenti non è un attacco alla magistratura, è l’unica medicina contro l’autolesionismo di Stato.
Perchè finché la politica continuerà a firmare mandati “esplorativi” con la stessa leggerezza con cui si ordina un caffè, sperando che basti un visto sul passaporto per diventare statisti o autoproclamarsi ambasciatori, il “Metodo Titano” rimarrà l’unica vera certezza: farsi male da soli e poi dare la colpa al vento.
Restiamo in attesa di capire se le indagini ci diranno chi è davvero il fantasma di Doha o se, come spesso accaduto in passato, la verità finirà sepolta sotto una montagna di fascicoli mai aperti. Buon risveglio a chi oggi scopre che le “tigri di carta” hanno la memoria corta, la firma facile e che c’è un boomerang che sta per tornare alla base. Mirando proprio dove fa più male!
Enrico Lazzari











