“Roulette Russa” in Superstrada: San Marino spende in “capricci” mentre i pedoni “finiscono” al Bufalini – di Enrico Lazzari

Mentre leggete queste righe, il silenzio della terapia intensiva del “Bufalini” di Cesena è rotto solo dal ritmo meccanico di un respiratore. È lì che una sammarinese di 73 anni, investita l’altro ieri sulle strisce pedonali di Domagnano, combatte la sua battaglia più dura. Ma se a Cesena si lotta per un respiro, sul Titano – vien da pensare ora – si continua a respirare un’aria viziata, satura di quell’ottimismo da delibera che trasforma il denaro pubblico in coriandoli, per festeggiare il nulla… Mentre l’asfalto della Superstrada continua a reclamare il suo drammatico tributo di sangue.

San Marino è quel luogo magico dove – talvolta, troppo spesso – la fisica e il buon senso vanno a morire per far posto all’estetica del superfluo, dove il concreto soccombe all’apparenza. Il Titano, del resto, è l’unica Repubblica al mondo capace di mantenere attraversamenti pedonali su strade a quattro corsie, una sorta di “roulette russa” legalizzata dove il pedone fa la parte del giocatore disperato.

Il meccanismo appare essere di un cinismo raffinato: l’automobilista educato si ferma nella prima corsia, invitando con un cenno il malcapitato ad attraversare. In quel momento, l’auto ferma diventa uno scudo invisibile, una trappola che nasconde il pedone alla vista del “pilota” che sopraggiunge nella corsia di sorpasso, convinto di essere a Monza o semplicemente non concentrato a sufficienza per comprendere che l’auto ferma alla sua destra significa che un pedone sta per pararglisi davanti. Risultato? Un impatto che non lascia scampo. È un paradosso talmente tragico che alcuni conducenti, ormai, come hanno ammesso in qualche discussione social in materia (leggi qui), preferiscono tirare dritto per non indurre il pedone al “suicidio assistito”. Un Paese dove, quindi, non rispettare il codice della strada sembra esser diventato un atto di legittima difesa della vita altrui.

Ma il vero capolavoro non è la pericolosità della strada, che è nota dagli anni Cinquanta, quanto la scala di priorità di chi, nella “stanza dei bottoni”, tiene il cordone della borsa. Da decenni, i governi che si alternano sembrano affetti da una sindrome compulsiva per la “pataccata” d’autore. L’ultima perla? Mezzo milione di euro – sì, 500.000 euro – stanziati per allungare di qualche metro il tragitto del trenino storico. Un’opera interessante, non c’è che dire, se l’obiettivo è scattare una foto ricordo più suggestiva… Ma così indispensabile se, nello stesso momento, il Paese reale rischia l’osso del collo ogni volta che deve attraversare la strada?

Facciamo due conti, giusto per rinfrescare la memoria a chi siede in Congresso di Stato. Con quei 500.000 euro, ovvero il prezzo di qualche metro di binario per la nostalgia, si potevano costruire due sottopassi pedonali nuovi di zecca. Due tunnel che avrebbero separato fisicamente la carne dei cittadini dal metallo dei furgoni. Oppure, se proprio volevamo restare sul tecnologico, avremmo potuto installare una ventina di semafori a chiamata di ultima generazione, con telecamere, Lidar e sensori capaci di far passare la voglia di correre anche al più incallito dei piloti della Formula 1.

Invece no. Si preferisce investire nel “Brand Identity”, in consulenze digitali dal nome esotico, in concorsi canori da 180.000 euro e in pavimentazioni estetiche per i centri storici che servono solo a far camminare meglio i turisti, mentre i residenti devono sperare nella buona sorte per passare da un lato all’altro della propria via. È la “Matematica del Cinismo”: si spendono centinaia di migliaia di euro per apparire bellissimi fuori, mentre dentro le infrastrutture vitali marciscono sotto il peso dell’inerzia.

E non pensiate che il trenino sia l’unico capriccio in vetrina. C’è sempre un budget pronto per tutto ciò che brilla sotto i riflettori, come i 180.000 euro bruciati per il “Song Contest” di turno: una pioggia di denaro per qualche acuto sul palco, quando con la stessa cifra avremmo potuto regalare due sovrappassi in acciaio a chi oggi rischia la vita tra una corsia e l’altra. O forse preferite i 120.000 euro investiti per rifare il trucco al “Brand Identity” e alla transizione digitale? Nuovi loghi fiammanti e consulenze dal nome esotico per far sembrare lo Stato moderno su Instagram, mentre i semafori a chiamata – quelli che salvano la pelle – restano confinati nel libro dei sogni perché “costano troppo”. Perfino i 350.000 euro destinati a nuove pavimentazioni estetiche nei vicoli del centro gridano vendetta: ci preoccupiamo che i turisti non inciampino sui ciottoli nobili, ma accettiamo che i residenti vengano falciati sulla via principale, perché, forse, eliminare le strisce e creare percorsi protetti non fa guadagnare abbastanza voti o like.

Ben inteso, non sto sostenendo che “il trenino” o la “Brand Identity” siano “pataccate” inutili… Hanno certamente le loro concrete ricadute positive, magari anche con ROI positive rispetto l’investimento. Ma quale buon padre di famiglia, quando ha ospiti a cena, acquista il miglior brandy per il dopocena davanti al camino restando senza risorse per acquistare le vivande per la cena?

Non è un atto d’accusa contro un singolo colore politico – questa è una colpa collettiva, una stratificazione di pigrizia che dura da trent’anni – ma ormai la pazienza dei cittadini è terminata. Ogni euro speso per un’opera “estetica” o per un capriccio elettorale, mentre la Superstrada resta una trappola per pedoni, è un insulto a chi oggi si trova in un letto d’ospedale.

Buon viaggio a chi salirà sul trenino della nostalgia. Godetevi il panorama e il fischio della locomotiva. Speriamo solo che sia abbastanza forte da coprire il suono delle sirene che, puntualmente, continueranno a correre verso Cesena. Perché a San Marino, purtroppo, costa molto meno piangere una vittima che scavare un sottopasso.

Enrico Lazzari

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