L’illusione di certi finti moralisti della solidarietà incondizionata si scontra oggi con la durissima realtà dei numeri e della storia recente, portando la Repubblica di San Marino di fronte a un bivio identitario e di sicurezza che non può essere ignorato.
Mentre il dibattito pubblico si è infiammato sull’accoglienza di nuclei familiari profughi provenienti da Gaza, è doveroso sollevare lo sguardo verso il Nord Europa, e in particolare verso la Danimarca, per osservare il fallimento sistemico di modelli di integrazione che inizialmente erano stati presentati come un dovere morale ineludibile.
La vicenda danese non è una semplice statistica astratta, ma rappresenta un monito vivente su come l’importazione di conflitti e culture radicalmente distanti possa scardinare la coesione di una società civile nel giro di una sola generazione.
Il cuore del problema risiede nel cosiddetto esperimento danese della Legge Speciale del 1992, quando il parlamento di Copenaghen, spinto da una forte pressione emotiva e umanitaria, concesse asilo a 321 palestinesi che avevano occupato una chiesa per ottenere protezione.
A distanza di trent’anni, il Ministero dell’Immigrazione danese ha dovuto ammettere una verità sconcertante che oggi infesta i video di cronaca e i dibattiti politici: il 64% di quegli individui ha riportato condanne penali per reati di varia gravità. Ma il dato più allarmante riguarda la discendenza, ovvero la seconda generazione, che anziché integrarsi ha spesso amplificato i tratti di marginalità e ostilità verso lo Stato ospitante, registrando tassi di criminalità tripli rispetto alla media nazionale e una dipendenza cronica dai sussidi statali che sfiora il settantacinque per cento dei casi.
Per una realtà micro-statale come San Marino, questi numeri non sono solo preoccupanti, sono potenzialmente letali per la tenuta del sistema.
La nostra Repubblica non possiede le strutture di controllo, i servizi sociali iper-specializzati o la profondità economica necessari per gestire l’arrivo di persone che portano con sé non solo il trauma della guerra, ma anche una visione del mondo spesso incompatibile con i valori liberali e laici del Titano.
L’accoglienza non si esaurisce nel fornire un tetto e un pasto, ma innesca una catena di responsabilità permanenti che gravano sulle casse dello Stato e sulla sicurezza dei cittadini per decenni.
Accogliere oggi famiglie da Gaza significa esporsi a un rischio di isolamento sociale interno, dove la mancata integrazione lavorativa e culturale si trasforma inevitabilmente in risentimento e assistenza eterna a carico del contribuente sammarinese.
Le intelligence del Nord Europa, compreso il servizio di sicurezza danese PET, hanno recentemente avvertito che i flussi migratori provenienti da aree ad alta intensità di conflitto e radicalizzazione portano con sé minacce che vanno ben oltre la micro-criminalità, toccando la sfera della sicurezza nazionale.
San Marino, con il suo territorio limitato e la sua vicinanza sociale, non ha margini di errore.
Un fallimento dell’integrazione qui non creerebbe un quartiere difficile, ma comprometterebbe l’intera serenità della comunità.
La politica del buonsenso impone dunque di non farsi guidare esclusivamente dalle immagini televisive, ma dalla responsabilità verso il futuro della propria gente.
Proteggere la stabilità della Repubblica non è un atto di egoismo, ma l’unico modo per garantire che lo Stato possa continuare a esistere e a funzionare per i propri figli.
Ignorare l’esperienza danese e la deriva delle seconde generazioni che oggi vediamo nei video di denuncia significa condannare San Marino a un declino programmato.
La carità deve essere sostenibile e, soprattutto, non deve minacciare le fondamenta della casa che la offre.
Se le nazioni più ricche e organizzate del mondo hanno alzato bandiera bianca di fronte all’impossibilità di integrare determinati flussi, la nostra Repubblica ha l’obbligo morale di agire con estrema cautela, privilegiando la sicurezza dei propri cittadini e la conservazione di un tessuto sociale che, una volta strappato, non potrà più essere ricucito.
Marco Severini – direttore GiornaleSM











