C’è voluto un cambio di stagione e, fortunatamente, di ragione, per sentire finalmente parlare di “razionalizzazione delle spese” tra i corridoi dell’ISS. Ieri, infatti, in Commissione Sanità, i vertici dell’Istituto hanno snocciolato numeri e traguardi. Ne è emerso un quadro che, per chi ha la memoria lunga, sa tanto di pulizie di Pasqua dopo un party finito malissimo. Perché, diciamocelo chiaramente: entrare al civico 20 di via Scialoja, a Cailungo, dopo il passaggio del “Dynamic Duo” Ciavatta-Bevere è stato come varcare la soglia di una casa dopo un rave party di adolescenti scatenati. Bottiglie rotte, scontrini salatissimi disseminati sul pavimento e una “astronave” parcheggiata in salotto, mentre pioveva dal tetto.
Oggi, sotto la guida del Segretario di Stato Mariella Mularoni, sembra tornata quella dote rarissima che in politica – quanto in famiglia – chiamano “buonsenso” e che noi comuni mortali chiamiamo “fare i conti con la realtà”. Il pezzo forte del resoconto? Il robot chirurgico. Quell’elettrodomestico di lusso da milioni di euro, voluto con ostinazione dalla precedente gestione, che oggi viene finalmente rimosso dall’altare della propaganda sanitaria per essere riposto, con discrezione, nel ripostiglio delle cose utili, ma tanto costose.
Sentire che l’ISS risparmierà 250.000 euro nel 2026 semplicemente “usandolo meno”, solo per casi complessi dove la precisione robotica fa la differenza, è la conferma di quello che su GiornaleSm scrivevamo anni fa, fino a sgolarci tra lo scetticismo generale e qualche indispettita critica da certa fazione politica. Oggi, possiamo finalmente sostenere che tutti hanno capito che per dare tre punti di sutura al salumiere che si affetta un pollice insieme alla finocchiona non serve scomodare la tecnologia della NASA. Un intervento robotico costa oltre 10.000 euro, mi are di ricordare che una fonte mi parlò di almeno 12mila, mentre la mano sapiente di un chirurgo “analogico” ne costa si e no 2.000. Fate voi il conto di quanti “capricci tecnologici” avete pagato sulla pelle del bilancio pubblico, mentre le liste d’attesa si allungavano come la coda alle poste il giorno delle pensioni.
Ma se la direzione di marcia è finalmente quella giusta, a preoccupare è la velocità di crociera. La nuova gestione ISS si muove con una calma olimpica, quasi filosofica, che cozza violentemente con le urgenze del Paese reale e dell’utenza. Va bene la prudenza, va bene analizzare i bandi, ma le risonanze magnetiche non si fanno da sole con la forza del pensiero. I 12 nuovi posti al sabato per le liste d’attesa sono un segnale, d’accordo, ma sembrano più un cerotto su un’emorragia che una vera terapia d’urto.
Del resto, mentre i vertici studiano con estrema “flemma” i documenti per il nuovo ospedale (a proposito, è davvero il modo migliore, più saggio, spendere su quel progetto un centinaio di milioni di euro?), “in trincea” si continua a soffrire. Vedere che a Pediatria una dottoressa ha dovuto lavorare 67 ore a settimana per garantire il servizio – una roba che oltre confine attirerebbe i Carabinieri in dieci minuti – ci dice che il sistema è ancora in debito d’ossigeno.
Si investono 330.000 euro per tappare i buchi? Bene. Si decide di esternalizzare le mense per non buttare mezzo milione in cucine che verranno demolite? Saggio, anzi, sacrosanto, sempre che sia davvero il caso di demolirle… È la politica del “buon padre di famiglia” che finalmente ha smesso di comprare il brandy di lusso mentre i figli sono senza cena.
Non si può non riconoscere alla Segreteria Mularoni e al nuovo board il merito di aver invertito la rotta, di aver riportato la saggezza nella destinazione dei fondi e di aver smesso di vendere sogni robotici a un malato che ha bisogno soltanto di un buon “sarto” con ago e filo sterili.
Tuttavia, un appunto è d’obbligo: la sanità non è una partita a scacchi dove si può riflettere mezz’ora prima di ogni mossa. I sammarinesi sono stanchi di aspettare. Il cambio di passo c’è stato, ora serve il cambio di marcia… Perché l’ISS è una macchina complessa che non può permettersi pause o flemmi eccessivi. La sanità non è una partita a scacchi: è un organismo vivo che ha bisogno di risposte in tempo reale. Se la bussola oggi punta finalmente verso la razionalità, ora serve che tutta la struttura trovi il coraggio di premere sull’acceleratore, trasformando quel risparmio sul “giocattolo robotico” nel carburante per una ripartenza vera e rapida.
Perché la sanità pubblica è ancora lì, in sala d’attesa, e il tempo è l’unica risorsa che non si può razionalizzare. Onorare il ritorno alla ragione significa proprio questo: fare in modo che i risultati arrivino prima che la pazienza dei sammarinesi – e la salute del sistema – finiscano per esaurirsi.
Enrico Lazzari
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