Giovedì 26 febbraio io, Alba Montanari e Augusto Michelotti, in rappresentanza del Comitato Civico in difesa della Cittadinanza, ci siamo recati a Palazzo Pubblico per depositare formale opposizione alla legge 25 febbraio 2026 n. 27 “Modifica delle norme relative alla cittadinanza per naturalizzazione – legge 30 novembre 2000 n. 114 e successive modifiche”.
La legge era stata pubblicata ad valvas palatii il giorno precedente, mercoledì 25 febbraio. L’opposizione è stata quindi presentata nei termini previsti.
L’articolo 7 della legge stabilisce infatti: La presente legge entra in vigore il quindicesimo giorno successivo a quello della sua legale pubblicazione.
Gli Statuti sammarinesi e la consuetudine riconoscono ai cittadini la possibilità di opporsi a una legge prima della sua entrata in vigore. Si tratta di uno strumento di garanzia che consente di segnalare alla Reggenza eventuali profili di contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento.
Riteniamo che questa legge non sia rispettosa della Costituzione sammarinese e non sia conforme alla Carta dei Diritti e alla Dichiarazione dei principi dell’ordinamento.
La Reggenza – vuole la consuetudine – prende atto dell’opposizione e trasmette la pratica al Consiglio Grande e Generale.
Abbiamo incontrato personale efficiente e disponibile, molto giovane, inizialmente un poco disorientato nel trovarsi, forse per la prima volta, di fronte a una richiesta di questo tipo, peraltro avanzata da persone che le Istituzioni le hanno rappresentate, e nel caso di Augusto Michelotti anche a livello di Governo.
Per rasserenare le dipendenti abbiamo spiegato che ci saremmo rivolti direttamente agli Ecc.mi Capitani Reggenti, ai quali abbiamo fatto pervenire la richiesta di udienza.
Spiegheremo loro le ragioni della nostra opposizione: non una reazione emotiva, ma una presa di posizione ponderata e consapevole.
Il Comitato Civico in difesa della Cittadinanza non è nato per contrapposizione ideologica né per spirito polemico, ma per una preoccupazione concreta e condivisa: la tutela del valore della cittadinanza sammarinese. La cittadinanza non è un diritto automatico, non è un atto amministrativo come altri: è un legame giuridico e, prima ancora, un patto di appartenenza, una relazione di diritti e doveri che unisce la persona alla comunità. È un elemento identitario e costituzionale di primaria importanza.
La legge introduce un cambiamento radicale: consente di ottenere la cittadinanza per naturalizzazione senza obbligo di rinuncia alle cittadinanze possedute; elimina il concetto di dimora quale requisito sostanziale; sostituisce elementi identitari – come il giuramento di fedeltà alla Repubblica innanzi alla Reggenza – con requisiti formali quali la conoscenza della lingua italiana, della storia e delle istituzioni sammarinesi.
Per noi questo è inaccettabile.
San Marino è uno Stato di 60 km², con circa 35.000 abitanti. Non è un grande Paese con milioni di cittadini. È una comunità piccola, fragile negli equilibri demografici e istituzionali. Già oggi i cittadini naturalizzati con doppia cittadinanza sono numericamente superiori agli originari.
Eliminare l’obbligo di rinuncia significa trasformare la cittadinanza in un titolo cumulabile, non più una scelta piena e consapevole. Significa passare da un’idea di appartenenza esclusiva a una logica di moltiplicazione delle appartenenze.
In uno Stato grande può essere fisiologico. In uno Stato piccolo come il nostro può alterare in modo irreversibile identità ed equilibri istituzionali.
La legge elimina inoltre il giuramento di fedeltà alla Repubblica davanti alla Reggenza: un atto non solo simbolico, ma fondativo del rapporto tra cittadino e Stato. In una Repubblica millenaria, anche i simboli sono sostanza.
Non sono previste incompatibilità istituzionali. Questo significa che, in prospettiva, potremmo trovarci con un Parlamento e un Governo composti in prevalenza da cittadini plurimi, con legami politici, civili e giuridici con altri Stati. Non è una questione personale: è una questione di principio e di sovranità.
Non è neppure chiarito il principio di unicità dell’esercizio del diritto politico: una candidatura, un voto.
In un sistema che ammette più cittadinanze, la mancanza di una disciplina puntuale su questo aspetto apre interrogativi che non possono essere liquidati con leggerezza.
La nostra Repubblica non può diventare una semplice dilatazione della vicina Rimini. La collaborazione e l’amicizia con l’Italia sono storiche e preziose, ma San Marino è uno Stato sovrano, non un’estensione amministrativa.
Ci chiediamo: stiamo difendendo la nostra specificità o la stiamo progressivamente dissolvendo? Anche questo chiederemo alla Reggenza.
Qualcuno ha definito le nostre preoccupazioni eccessive. Noi crediamo invece che siano proporzionate alla dimensione del problema. Quando uno Stato di 35.000 abitanti modifica in modo strutturale il concetto di cittadinanza, non compie un atto tecnico: compie una scelta identitaria.
Il Comitato Civico in difesa della Cittadinanza non è contro nessuno. Non è contro chi vive e lavora a San Marino. Non è contro l’integrazione. È contro una legge che, così formulata, rischia di trasformare la cittadinanza da patto di fedeltà e appartenenza in opportunità cumulativa.
Non vogliamo diventare un’oasi da proteggere invocando la difesa delle minoranze nel nostro stesso Stato. Vogliamo restare una Repubblica consapevole della propria storia e del proprio futuro.
Chiederemo dunque agli Ecc.mi Capitani Reggenti che si riapra un confronto serio e trasparente. Un dibattito culturale approfondito e di ampia visione.
Prima che sia troppo tardi.











