Fortuna che la Carta dei Diritti della Repubblica di San Marino afferma che la sovranità sta nel popolo, altrimenti chissà cosa sarebbe potuto succedere ai presentatori di richieste di Referendum.
Sì, perché anche il terzo referendum, relativo all’Accordo di associazione all’U.E. presentato dai Capi Famiglia, è stato respinto dal Collegio dei Garanti, che, anziché favorire la partecipazione popolare alle scelte democratiche del Paese, come dovrebbe consigliare il miglior favore che dovrebbe essere tenuto presente quando si ricorre alla democrazia diretta, trova pretesti per dichiarare inammissibile o non ammettere ogni richiesta, con motivazioni che appaiono molto discutibili.

Infatti, se si leggono le varie sentenze emesse, le motivazioni vanno da errori materiali nella trascrizione dei dati, peraltro redatti di fronte al notaio, tanto per dimostrare la reale volontà dei sottoscrittori, all’indicazione del numero del seggio in cui si esercita il voto, quando la legge prevede semplicemente la Sezione di iscrizione e non il numero in cui la sezione viene suddivisa in seggi.
Ma poi, si sostiene, in pratica, la bizzarra tesi secondo cui un negoziato non concluso equivarrebbe ad un accordo internazionale già ratificato e vigente, quando ancora non esiste, come nel caso, appunto, dell’Accordo di associazione San Marino/U.E., che, dal dicembre 2023 giace immobile in qualche cassetto di Palazzo Begni. Ed infine si sostiene che l’esercizio del referendum limiterebbe i poteri del Consiglio Grande e Generale e anche della Eccellentissima Reggenza. Ma quando ci si trova di fronte all’espressione della volontà popolare, ovvero la democrazia diretta, anche il Consiglio Grande e Generale e la stessa Reggenza devono fare un passo di lato, se è vero che la sovranità di San Marino risiede nel popolo.
Se le cose devono andare così e bisogna sempre assecondare la volontà del Governo pro-tempore, è inutile avere una bella Legge istitutiva dello strumento referendario, che sul piano internazionale fa tanto democratico. Se la legge istitutiva del referendum non serve, anzi, da fastidio ai timonieri della nave, la si abolisca, così ci risparmiamo tanta burocrazia e qualche sceneggiata camuffata da cosa seria. Oppure si specifichi che il referendum si può attivare al massimo per sapere se si può insediare un outlet sul territorio sammarinese, ma non è possibile, ad esempio, per problematiche come l’associazione all’Unione Europea, questione ben più importante per ogni sammarinese, per tutto ciò che ne consegue.
Tra le altre cose quel che in pratica si chiedeva, detto in parole povere e comprensibili a tutti, è che gli elettori potessero semplicemente esprimersi e che si facesse poi ciò che i sammarinesi, a maggioranza, avrebbero scelto. Quindi non si chiedeva di schierarsi da una parte o dall’altra, ma si chiedeva che i cittadini fossero per una volta i protagonisti di una scelta che comunque coinvolge tutti i sammarinesi.
Ma la pervicacia del Governo e della Segreteria di Stato agli Affari Esteri, nel negare ai cittadini quello che dovrebbe essere un diritto democratico, unitamente alla pubblica dichiarazione di voler applicare unilateralmente l’Accordo in modo provvisorio, ha posto ora la nostra Repubblica in una posizione debolissima sul piano contrattuale, poiché non ha altra strada se non attendere che tutti e 27 i Paesi che compongono l’Unione Europea, si esprimano nei confronti del contenuto dell’accordo. La qualcosa espone San Marino al consistente pericolo che anche un solo paese si esprima negativamente per compromettere l’accordo stesso. Nel qual caso, fermi in mezzo al guado, subiremmo danni diretti e indiretti, consistenti.
E neanche a farlo apposta è proprio di questi giorni la vicenda “bulgara” legata alla tentata vendita di Banca San Marino e del pubblico comunicato del massimo dirigente del Tribunale, con il quale è stata resa nota la presenza di un “Piano parallelo” che mirerebbe a screditare l’immagine internazionale di San Marino, mettendo anche a pregiudizio il cammino verso l’Unione Europea. Ora la maggioranza chiede di fare squadra e di schierarsi dalla parte di San Marino e io credo che sia doveroso difendere il nostro Paese da azioni esterne e dagli “spalloni” interni, senza ombra di dubbio. Però non deve calare come al solito la nebbia del silenzio e della polvere sotto il tappeto, come al solito, magari per aiutare l’amico degli amici.
Se l’opposizione chiede una Commissione d’Inchiesta che faccia piena luce sulle responsabilità politiche di ciò che sta accadendo, non gli si può rispondere picche, magari asserendo che prima il Tribunale deve compiere il proprio percorso senza interferenze. Il Tribunale deve appurare i fatti sul piano penale, mentre una eventuale Commissione d’Inchiesta Consiliare deve appurare le responsabilità politiche. Sono due cose ben diverse e distinte, che possono tranquillamente convivere, così come è già successo altre volte.
Chiuso l’inciso, vorrei tornare alla possibilità che, attraverso la Bulgaria, uno dei Paesi che si dovrà esprimere sull’Accordo San Marino /U.E., si possa creare difficoltà al nostro Paese. Ma a dire il vero, nel corso dei lavori del Parlamento Europeo, che ha approvato una risoluzione con 552 sì, relativa all’Accordo di associazione di San Marino e Andorra, si sono registrati anche 24 no e 75 astenuti e le motivazioni addotte nel corso del dibattito, a quel che pare, vertono sulla “necessità di ulteriori chiarimenti sull’impatto dell’allineamento automatico all’aquis comunitario”; “ sugli “obblighi stringenti in materia di vigilanza finanziaria, concorrenza e aiuti di stato”; sul “recepimento ampio e dinamico della normativa U.E.; sulla opportunità politica”; sulle “tempistiche da valutare con prudenza”.
Sembra dunque che i problemi possano riguardare non solo la Bulgaria ma anche altri. Ma chi ha messo in questa posizione assai debole e scomoda San Marino? La politica estera sammarinese. Abbiamo fatto tutto da soli, nell’esatto momento in cui non si è voluto adire al referendum e contestualmente è stata dichiarata la volontà unilaterale di attuazione provvisoria dell’Accordo, anche se ancora i parlamenti dei 27 Paesi U.E. devono concedere il proprio benestare. Ecco, in mezzo al guado ci siamo andati da soli, a proposito di responsabilità politiche!
Augusto Casali











