Si è chiuso ieri nel capoluogo romagnolo il processo di primo grado scaturito dalla vasta indagine “Paper Moon” sulle frodi fiscali nel settore della ristorazione. A sei anni dall’inizio degli accertamenti giudiziari, il tribunale ha emesso cinque condanne nei confronti dei vertici societari accusati di aver architettato un complesso raggiro per sottrarre all’erario circa un milione e trecentomila euro.
Il collegio giudicante, presieduto dal magistrato Fiorella Casadei, ha valutato le posizioni della famiglia di imprenditori al centro dell’inchiesta. Il sessantaseienne santarcangiolese Stefano Lunedei è stato condannato a due anni di reclusione, mentre al figlio Andrea sono stati inflitti due anni e due mesi. La figlia Alessandra ha ricevuto una pena di un anno; condanne a quattordici mesi ciascuno sono state stabilite anche per il compagno di quest’ultima e per un individuo ritenuto un prestanome. Per tutti i soggetti coinvolti i giudici hanno concesso il beneficio della pena sospesa. La posizione della moglie del capofamiglia e di un altro indagato si è invece risolta con l’intervenuta prescrizione.
Durante le udienze è caduta l’ipotesi di reato legata alla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, ma è stata confermata la colpevolezza per l’omessa dichiarazione fiscale e per la produzione di fatture relative a operazioni mai avvenute. Il meccanismo illecito ricostruito dagli inquirenti si basava sul progressivo svuotamento di aziende cariche di debiti tributari. Le attività redditizie venivano trasferite ad altre società “pulite”, gestite tramite prestanome, mentre le vecchie imprese indebitate venivano cedute a soggetti nullatenenti, di fatto intoccabili dalle pretese del fisco.
L’operazione era esplosa all’inizio di ottobre del 2020, quando i militari della Guardia di Finanza eseguirono una serie di sequestri clamorosi. I sigilli scattarono per tre rinomate attività del territorio: il bar ristorante “Bigno” e l'”Otto e Mezzo” a Rimini, e l'”Autobar” a Santarcangelo. Durante il blitz vennero bloccati anche oltre quattrocentomila euro rinvenuti sui conti bancari. La battaglia legale, tuttavia, non è ancora finita. Gli avvocati difensori Massimiliano Orrù e Simona Conti hanno infatti preannunciato l’intenzione di impugnare il verdetto ricorrendo in Corte d’Appello.













