La terza settimana di ostilità in Medio Oriente si apre con un drammatico allargamento del conflitto, tra offensive terrestri, bombardamenti aerei sui paesi della penisola arabica e pesanti pressioni diplomatiche statunitensi. Le violenze della giornata odierna hanno infatti coinvolto molteplici fronti, innescando allarmi globali per la tenuta dei mercati petroliferi.
Pioggia di droni e missili sugli Emirati
Negli Emirati Arabi Uniti la situazione si è aggravata a causa di una serie di incursioni aeree. Ad Abu Dhabi un missile ha centrato un veicolo civile nel distretto di Al Bahyan, causando il decesso di un cittadino palestinese. Nel frattempo, lo scalo aereoportuale di Dubai è andato in tilt dopo che un velivolo senza pilota ha innescato un rogo colpendo una cisterna di carburante.
La compagnia Emirates ha bloccato tutte le partenze, mentre le autorità hanno deviato il traffico stradale limitrofo, pur confermando l’assenza di vittime. Un altro attacco ha provocato un vasto incendio in un sito industriale nell’emirato di Fujairah. Il ministero della Difesa locale ha fatto sapere di aver intercettato decine di minacce aeree nel corso delle ultime ore.
L’avanzata di Israele e le minacce di Teheran
Sul fronte settentrionale, le truppe israeliane hanno dato il via a manovre terrestri circoscritte nel sud del Libano, con l’obiettivo di smantellare le postazioni nemiche e mettere in sicurezza i propri confini. Durante la notte, inoltre, l’aviazione di Tel Aviv ha distrutto all’aeroporto di Teheran l’aereo privato utilizzato dall’ex Guida suprema Ali Khamenei, considerato un mezzo strategico per il coordinamento militare iraniano.
Da parte sua, l’esercito della Repubblica Islamica ha puntato il dito contro la portaerei americana dislocata nel Mar Rosso, definendola un bersaglio legittimo assieme a tutte le sue basi di appoggio logistiche. Il governo iraniano ha inoltre duramente condannato i recenti raid israeliani sui propri depositi di greggio, bollandoli come un disastro ecologico capace di inquinare suolo e falde acquifere a lungo termine.
L’ultimatum di Washington
Il presidente americano Donald Trump ha lanciato un forte appello a Pechino affinché intervenga per riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale da cui transita la quasi totalità del greggio destinato alla Cina. Il leader della Casa Bianca ha ipotizzato il rinvio del vertice con il presidente cinese previsto per la fine del mese qualora non vi siano interventi tempestivi, avvertendo anche i paesi alleati della Nato di scenari assai cupi in caso di mancato supporto militare.
Trump ha poi affermato che sarebbero in corso contatti per avvicinarsi a una tregua, sebbene da Teheran i vertici diplomatici abbiano smentito categoricamente l’esistenza di tali negoziati. L’inquilino di Washington ha infine accusato l’Iran di utilizzare l’intelligenza artificiale per fabbricare finte notizie e video manipolati sui danni subiti dalle flotte americane.
Lo spettro di una crisi internazionale
Le ripercussioni del blocco navale spaventano i mercati. I vertici delle principali multinazionali petrolifere americane hanno avvisato l’amministrazione statunitense sui rischi di una imminente e grave instabilità globale.
Anche a Bruxelles l’allerta è massima. I responsabili europei per le politiche energetiche hanno confermato la necessità di preparare contromisure a breve termine per arginare un probabile rincaro dei prezzi, pur escludendo per ora problemi diretti di approvvigionamento. L’Unione Europea sta parallelamente valutando con i vertici delle Nazioni Unite la possibilità di creare un corridoio sicuro per il passaggio delle navi nel Golfo Persico, nel tentativo di scongiurare una carenza planetaria di carburanti e di fertilizzanti agricoli per il prossimo anno.











