Un incubo lavorativo iniziato tra il 2023 e il 2024 si è concluso con una sentenza esemplare del Tribunale, che ha reso giustizia a una cassiera quarantenne di un supermercato riminese. La donna, finita al centro di una spirale di vessazioni e accuse infondate, riceverà dall’azienda un indennizzo complessivo di 61.000 euro. La vicenda, portata alla luce dal Corriere della Sera e giunta a sentenza definitiva proprio in questo periodo di marzo 2026, segna un punto fermo contro le pratiche di mobbing e i provvedimenti disciplinari privi di reale fondamento.
Il calvario della lavoratrice aveva raggiunto l’apice nel 2024, quando l’azienda aveva deciso di licenziarla con l’accusa di presunte irregolarità nella gestione dei buoni sconto. La donna, non accettando il provvedimento, ha scelto di adire le vie legali, svelando un retroscena fatto di maltrattamenti sistematici subiti sul posto di lavoro. Secondo quanto emerso durante il processo, la cassiera era stata presa di mira da un superiore che la umiliava pubblicamente davanti a colleghi e clienti. In diverse occasioni, il responsabile le aveva rivolto insulti pesanti, definendola un’incapace totale, sostenendo che non valesse nulla e che non fosse in grado di comprendere alcuna direttiva.
Le indagini giudiziarie hanno confermato che l’ambiente professionale era diventato per la quarantenne assolutamente insostenibile, trasformandosi in un contesto opprimente, stressante e avvilente. Questo clima di ostilità ha provocato seri danni alla salute della dipendente, configurando chiaramente il reato di mobbing. Parallelamente, il Tribunale ha smontato l’accusa principale che aveva portato alla perdita del posto di lavoro: le contestazioni sulle anomalie dei coupon si sono rivelate del tutto infondate, privando il licenziamento di qualsiasi base logica o giuridica.
La decisione dei giudici è stata netta: l’azienda è stata condannata al reintegro immediato della lavoratrice e al versamento di una cifra considerevole. Nello specifico, la cassiera riceverà 21.000 euro come indennizzo per il licenziamento dichiarato illegittimo e ulteriori 40.000 euro a titolo di risarcimento per le sofferenze legate al mobbing. Questa sentenza non solo riabilita professionalmente la donna, ma sottolinea la responsabilità dei datori di lavoro nel vigilare sul benessere psicofisico dei dipendenti e sulla correttezza delle contestazioni disciplinari.











