Il consigliere di Repubblica Futura emerge nelle intercettazioni come obiettivo strategico del piano parallelo. Il suo partito aveva da anni posizioni ostili alla gestione di Banca Centrale e alla presidenza Tomasetti. Lei dice di non aver risposto. Ma le domande restano aperte.
Andrea Delvecchio non era un visionario. Quando nelle conversazioni intercettate dagli inquirenti descriveva Antonella Mularoni come «avvelenata contro questi qui», i vertici di Banca Centrale di San Marino, stava leggendo la realtà politica sammarinese con una precisione che gli va riconosciuta.
Repubblica Futura, il partito di cui Mularoni è consigliera, aveva da tempo assunto posizioni pubbliche di netta ostilità verso la gestione di BCSM e verso Catia Tomasetti in particolare. Non era un’impressione di Delvecchio.
Era un fatto politico documentato e verificabile.
Il partito aveva presentato ripetute interpellanze sulla gestione di Banca Centrale. Aveva titolato comunicati ufficiali con domande dirette sull’operato della presidente. Aveva messo pubblicamente in discussione la sua permanenza alla guida dell’istituto. La posizione di Repubblica Futura su Tomasetti e BCSM non era una sfumatura di opposizione ordinaria, era una delle battaglie politiche più identificative del partito negli ultimi anni.
Questo è il punto che cambia la prospettiva sull’intera vicenda.
Il piano e la sua logica
Il cosiddetto piano parallelo, elaborato da Andrea Delvecchio insieme al socio bulgaro Assen Christov, puntava a ribaltare l’esito dei sequestri sui 15 milioni di euro riconducibili all’operazione di acquisizione di Banca di San Marino e a rimuovere i vertici di Banca Centrale.
Si articolava su tre fronti distinti ma coordinati.
Quello giudiziario, attraverso iniziative legali per contestare i sequestri.
Quello mediatico, con la diffusione sistematica di articoli ostili a BCSM su testate internazionali e siti specializzati come EU Reporter, Il Fatto Quotidiano, Eualive.net, costruendo una narrativa pubblica che screditasse la vigilanza sammarinese agli occhi degli osservatori internazionali. E
quello politico-istituzionale, dove Mularoni era la figura chiave.
Il piano prevedeva che lei promuovesse interpellanze e iniziative parlamentari per screditare ulteriormente la vigilanza e provocare le dimissioni di Tomasetti.
Una consigliera con il suo curriculum , ex Segretario di Stato agli Esteri e al Territorio, già giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo, voce credibile sul piano internazionale, avrebbe avuto il peso specifico per rendere quella pressione difficile da ignorare. Non una qualsiasi interpellante, ma una figura che le istituzioni sammarinesi e quelle europee avrebbero dovuto prendere sul serio.
La convergenza che Delvecchio aveva in mente non era inventata. Era reale sul piano politico. Il suo partito quella battaglia la combatteva già. La domanda è se fosse reale anche sul piano dei contatti diretti tra lui e lei.
La pedina e il calcolo
Delvecchio considerava Mularoni «l’unica persona intelligente che c’è in politica a San Marino».
Una stima che non era disinteressata ma era la base su cui costruiva l’intero fronte politico del piano parallelo.
Nelle conversazioni intercettate tornava ossessivamente sul suo profilo: il passato alla Corte EDU, i ruoli di governo, la credibilità internazionale. Elementi che nella sua ottica trasformavano una consigliera di opposizione in un moltiplicatore di pressione politica di straordinaria efficacia.
Il ragionamento era coerente. Repubblica Futura aveva già posizioni ostili verso BCSM e Tomasetti. Mularoni era una delle voci più autorevoli del partito. Se si fosse mossa in quella direzione, interpellanze mirate, dichiarazioni pubbliche, iniziative in Consiglio, avrebbe dato copertura istituzionale e internazionale alle mosse degli indagati, amplificandone l’impatto in modo difficilmente contrastate.
Il piano parallelo non chiedeva a Mularoni di fare qualcosa di nuovo. Le chiedeva di fare, con maggiore intensità e coordinamento, qualcosa che il suo partito stava già facendo.
I messaggi, il silenzio, le domande
Delvecchio inviava materiali a Mularoni con cadenza precisa. Il 16 gennaio un articolo di EU Reporter. Il 19 gennaio un pezzo del Fatto Quotidiano. Il 21 gennaio un articolo di Eualive.net, sito che aveva pubblicato una serie di contenuti ostili a BCSM. Il 5 febbraio, infine, un comunicato del Congresso di Stato, accompagnato da un commento inequivocabile: «iniziano a cadere le bombe».
Mularoni ha dichiarato sotto giuramento, nelle deposizioni del febbraio 2026, di non aver mai risposto a quei messaggi. Li aveva interpretati come tentativi di Delvecchio di tenerla informata sulla sua vicenda giudiziaria, la battaglia legale per i 15 milioni sequestrati. Non come sollecitazioni a fare qualcosa. Una lettura che solleva una domanda legittima: perché un professionista che riceve messaggi di quel tenore, inclusa una frase sulle bombe, da un cliente coinvolto in un’inchiesta penale complessa non li segnala tempestivamente all’autorità giudiziaria? La risposta non emerge dagli atti disponibili.
Il ritorno in studio e i confini del mandato
Mularoni seguiva da anni le pratiche societarie ordinarie della I.B.C. S.r.l., la società riconducibile ai coniugi Delvecchio-Manduchi. Copie conformi di verbali, modifiche statutarie, tra cui quella del maggio 2025. Attività di routine, nella cornice di un mandato professionale consolidato.
Dopo la revoca dei domiciliari a fine 2025, i coniugi si erano ripresentati nel suo studio. Lei li aveva trovati «molto provati». Le richieste erano di natura pratica: Delvecchio voleva tornare amministratore della IBC Srl, ruolo lasciato durante la detenzione. Voleva anche visure ipotecarie sugli immobili di famiglia, per verificare se durante il sequestro fossero stati iscritti privilegi o ipoteche.
Attività ordinaria, in teoria. Ma ordinaria fino a che punto, quando il cliente è al centro di un’inchiesta penale che coinvolge istituti finanziari verso cui il tuo partito ha posizioni politiche dichiaratamente ostili, e quando quello stesso cliente ti sta inviando messaggi su articoli ostili a BCSM commentando che «iniziano a cadere le bombe»?
La posizione processuale e ciò che resta aperto
Mularoni figura negli atti come testimone, non come indagata. Ha dichiarato pubblicamente di essere stata ascoltata su circostanze coperte da segreto istruttorio. La sua versione, nessuna risposta ai messaggi, rapporto esclusivamente professionale, nessun coordinamento politico con Delvecchio, non risulta contraddetta da elementi processuali noti. Finora.
Ma la sovrapposizione tra il suo ruolo professionale, la posizione politica consolidata del suo partito contro BCSM e Tomasetti, e il disegno degli indagati è un fatto, non un’illazione. Delvecchio aveva identificato in lei una convergenza reale — politica, istituzionale, personale. Che quella convergenza si sia tradotta in qualcosa di più di un calcolo unilaterale è una domanda che appartiene ai magistrati.
Quello che appartiene al giornalismo è registrare che il piano parallelo non era costruito sul nulla. Che le posizioni di Repubblica Futura su BCSM erano pubbliche e documentate. Che i messaggi inviati da Delvecchio a Mularoni esistono agli atti. E che alcune domande, per ora, non hanno risposta pubblica.
Marco Severini, direttore GiornaleSM











