Tre delle otto professioniste sanitarie coinvolte nell’inchiesta sui certificati medici rilasciati per impedire il trasferimento di migranti nei centri di permanenza per i rimpatri hanno impugnato il provvedimento di interdizione dall’esercizio della professione. Le dottoresse, in servizio nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna, hanno depositato tramite i rispettivi difensori ricorso al tribunale del Riesame di Bologna. L’udienza per la discussione verrà calendarizzata nei prossimi giorni.
La misura cautelare
Il giudice per le indagini preliminari di Ravenna aveva disposto nei confronti delle tre sanitarie la sospensione dall’attività medica per un periodo di dieci mesi. Si tratta della misura più severa tra quelle applicate nell’ambito del procedimento: per le restanti cinque colleghe indagate, infatti, il giudice ha optato per una restrizione più circoscritta, vietando loro esclusivamente di redigere le certificazioni relative all’idoneità alla permanenza nei Cpr per lo stesso arco temporale. Nessuna di queste ultime ha presentato impugnazione.
Le accuse della Procura
L’indagine condotta dalla Procura ravennate ipotizza a carico di tutte e otto le professioniste i reati di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, le dottoresse avrebbero attestato condizioni cliniche incompatibili con il trattenimento nei centri per il rimpatrio, producendo di fatto documentazione sanitaria non corrispondente alla reale situazione dei pazienti e ostacolando le procedure di espulsione previste dalla normativa vigente.
Due delle tre ricorrenti risultano assistite dagli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro.











