Dopo aver pubblicato e condiviso qualche giorno fa la posizione sul
suicidio assistito

dell’European
Network on Independent Living (ENIL), il movimento europeo per la Vita
Indipendente, riteniamo utile completare quella riflessione segnalando tra
i vari contributi disponibili sul web, la recente analisi internazionale
pubblicata da Disability Debrief (
https://www.disabilitydebrief.org/debrief/countries-approach-assisted-dying/).
Tale approfondimento evidenzia aspetti che, secondo l’autore, dovrebbero
stare al centro del dibattito piuttosto che rimanere sullo sfondo, aiutando
a ricomporre un quadro che troppo spesso viene affrontato in modo parziale
o, peggio ancora, semplificato.
Ciò che emerge con chiarezza è che non esiste un modello unico, non esiste
una direzione condivisa, ma piuttosto una molteplicità di approcci che
riflettono visioni profondamente diverse su cosa significhi autonomia, su
quale valore attribuire alla vita nelle condizioni di maggiore fragilità e
su quale debba essere il ruolo della collettività. Ci sono Paesi che hanno
scelto strade restrittive, legando l’accesso alla morte assistita alla
terminalità e a criteri rigorosi, altri che nel tempo hanno ampliato i
confini includendo anche condizioni di sofferenza non necessariamente
legate alla fase finale della vita, e altri ancora che mantengono un
divieto totale. Ma il punto non è solo normativo. Il punto è che ogni
scelta legislativa racconta un’idea di società, racconta quanto una
comunità sia disposta a investire nel sostenere la vita, soprattutto quando
diventa più complessa, più fragile, più esigente.
Ed è qui che si inserisce la domanda più difficile, quella che attraversa
tutto il dibattito ma che raramente viene affrontata fino in fondo: quanto
è davvero libera una scelta? Perché ogni scelta si esercita dentro un
contesto, e il contesto, per le persone con disabilità, è fatto di servizi
che spesso mancano o non sono sufficienti, di assistenza personale che non
sempre è garantita, di opportunità di partecipazione che restano limitate,
di solitudine, di impoverimento e di fatica quotidiana. In queste
condizioni, parlare di autodeterminazione senza interrogarsi sulle
condizioni che la rendono possibile rischia di essere un ragionamento
incompleto e quindi, potenzialmente anche pericoloso.
E di chine pericolose ne parla e descrive, appunto, l’analisi proposta da
Disability Debrief, che oltre a offrire una panoramica di ciò che sta
accadendo in diversi Paesi occidentali, coglie e sottolinea non solo la
complessità e la delicatezza del tema, ma anche lo squilibrio crescente tra
il riconoscimento del diritto alla morte assistita e la capacità, spesso
insufficiente, di garantire il diritto a una vita piena e indipendente.
Anche il recente dibattito in prima lettura in Consiglio Grande e Generale
sulla proposta di legge in materia di “fine vita”, durante il quale si è
sviluppato un confronto articolato ed in cui è stato più volte richiamato,
giustamente, il diritto della persona a compiere scelte autodeterminate
rispetto alla propria esistenza, pur non trattando né prevedendo
esplicitamente la regolamentazione del suicidio assistito o dell’eutanasia,
ha comunque toccato temi profondi legati alla libertà, alla dignità, alla
possibilità di scegliere. Eppure, all’interno del confronto, non si è
levata alcuna voce sul diritto di garantire, prima di ogni altra cosa, le
condizioni per vivere con dignità, autonomia e libertà; non si è fatto
riferimento a quell’insieme di diritti e strumenti che potrebbero rendere
concreta l’autodeterminazione nella vita quotidiana. Come se il diritto a
scegliere come morire potesse essere affrontato senza interrogarsi, con la
stessa profondità, sul diritto di ciascuno ad avere il controllo delle
scelte che riguardano il proprio vivere.
Dal nostro punto di vista, una scelta può dirsi davvero libera solo quando
esistono alternative reali e quando vivere non significa adattarsi a ciò
che manca, ma poter controllare la propria esistenza. È per questo che è
fondamentale non perdere il senso di questo aspetto, un senso che prescinde
dalle ideologie e dal credo. Un senso che, per rendere ogni libertà
effettiva e non solo dichiarata per le persone con disabilità, trova i suoi
presupposti all’interno della Convenzione ONU, in particolare negli
articoli 12 e 19. Senza la loro attuazione, l’autodeterminazione resta una
parola forte sul piano formale, ma fragile nella sua applicazione concreta.
Alla fine, per concludere questo nostro modesto contributo al dibattito, il
modo in cui una società affronta il tema del fine vita dice molto di quella
società, ma ciò che dice ancora di più è ciò che quella stessa società fa,
o non fa, per garantire alle persone le condizioni per vivere. Ed è per
questo che ogni riflessione sul diritto a scegliere il proprio fine vita
dovrebbe sempre essere accompagnata, e prima ancora preceduta, da un
ragionamento altrettanto forte sul diritto per tutti a una vita piena,
libera e autodeterminata, perché senza questo “prima”, tutto il resto
rischia di poggiare su basi troppo deboli. E su basi così fragili,
difficilmente si possono costruire scelte davvero libere.
*Attiva-Mente (comunicato stampa)*
NB. nella foto Opposizione al suicidio assistito in Scozia. Maggio 2025.
Foto di Jeff J Mitchell/Getty Images.
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*Attiva-MenteAssociazione per la Vita Indipendente*











