Gregory Bovino, il funzionario diventato il volto delle controverse operazioni di deportazione condotte dall’Ice nelle principali città americane, è tornato a far parlare di sé con dichiarazioni destinate a suscitare polemiche anche al di qua dell’Atlantico. L’ex responsabile della polizia di frontiera statunitense, oggi in pensione dopo aver guidato sul campo la cosiddetta Operation Midway Blitz, ha rivolto ieri un messaggio diretto all’Italia nel corso di un’intervista rilasciata a Repubblica.
L’appello all’Italia e il modello americano
L’uomo che coordinava le task force federali nelle città santuario di Chicago e Minneapolis ha dichiarato senza mezzi termini che il nostro Paese ospita un numero eccessivo di immigrati privi di documenti regolari, i quali a suo giudizio rappresentano una minaccia concreta per la sicurezza della popolazione. La ricetta proposta dal funzionario in congedo è semplice e drastica: replicare il sistema delle espulsioni di massa adottato dall’amministrazione Trump, ritenuto l’unica strada percorribile per affrontare il fenomeno.
Bovino ha poi allargato lo sguardo all’intero continente europeo, citando il caso svedese come esempio emblematico di un presunto fallimento delle politiche migratorie. L’ex dirigente ha sostenuto che la Svezia si sarebbe trasformata da Paese sicuro e prospero a nazione afflitta da gravi problemi di criminalità legati alla presenza di stranieri irregolari.
Ripercorrendo la propria carriera, il funzionario ha confessato che il suo unico rammarico professionale è di non aver proceduto all’arresto e all’allontanamento di un numero maggiore di persone prive di permesso di soggiorno. Ha ribadito che le porte degli Stati Uniti restano aperte a chiunque intenda varcarle attraverso i canali legali previsti dalla normativa vigente.
Radici calabresi, politiche anti-immigrazione
La biografia di Bovino contiene un’ironia che non è sfuggita ai suoi numerosi detrattori. Nato nel 1970 in North Carolina, il funzionario discende da una famiglia di emigranti calabresi che lasciarono l’Italia nel 1909 alla ricerca di condizioni di vita migliori oltreoceano. Nonostante questa storia familiare, l’uomo soprannominato il Comandante dai suoi sottoposti nella Border Patrol si è sempre definito un servitore dello Stato, convinto che il presidio rigoroso delle frontiere costituisca il pilastro fondamentale della sicurezza nazionale.
La sua figura resta profondamente divisiva. Il lungo cappotto scuro indossato durante le operazioni ha alimentato aspre critiche a livello internazionale per i richiami a un’estetica di stampo autoritario. Se i sostenitori lo considerano un difensore intransigente della legalità, gli oppositori lo accusano di aver voltato le spalle alla storia migratoria della propria famiglia, negando ad altri quella stessa opportunità di cui beneficiarono i suoi nonni oltre un secolo fa.











